Sacchi di aiuti umanitari Onu diretti a Rumbek, Sud Sudan

Dall’inizio della guerra civile in Sud Sudan nel 2013 le parrocchie delle zone più duramente provate dal conflitto si sono trovate in situazioni di emergenza umanitaria. La popolazione, specialmente coloro che hanno dovuto forzatamente abbandonare i luoghi della loro abituale residenza e sono rimasti privi di tutto, si è spesso rivolta alla Chiesa per ricevere aiuto: cibo, medicinali, riparo…

In questi anni ho collaborato con le parrocchie della diocesi di Malakal che hanno tentato di offrire un contributo in risposta all’emergenza. Si è trattato della classica goccia nel mare o poco più, ma l’opera della Chiesa cattolica è stata riconosciuta. Questo tipo di servizio mi ha posto in contatto con varie organizzazioni umanitarie internazionali.

Dall’indipendenza del paese nel 2011 le organizzazioni non governative, specie a orientamento umanitario, sono proliferate e oggi operano oltre 200 associazioni sudanesi e più di 100 internazionali. A loro vanno aggiunte le varie agenzie Onu. Nel vuoto di servizi governativi la loro presenza è apprezzata dalla popolazione. Addirittura, le autorità locali competono per avere sul proprio territorio questa o quella ong.

L’impatto degli interventi nei settori della salute, dell’educazione, dell’agricoltura etc., si nota qua e là, particolarmente nei campi per i rifugiati e sfollati, e nelle città. Considerando comunque il numero di persone che lavorano e il grande dispiego di mezzi e tecnologia mi viene alla mente che “la montagna ha partorito un topolino”.

Non vorrei sembrare troppo critica, ma la ricaduta in termini di benefici diretti alla popolazione destinataria degli interventi umanitari fa pensare a volte alle briciole date al Lazzaro del vangelo. Le spese per il personale delle ong (salari, alloggi, spostamenti, assicurazioni) possono arrivare a più dell’80% del budget di un’organizzazione umanitaria o anche caritativa, specie se internazionale. 

È vero che i viaggi costano in Sud Sudan dove molti spostamenti devono essere fatti in aereo, e che, data l’instabilità degli scorsi anni, i premi assicurativi sono alti, ma mi chiedo se non ci sia un problema anche con lo spirito, intendo con lo spirito umanitario stesso.

Discutevo recentemente con una persona in posizione manageriale in un’organizzazione caritativa a proposito di un’attività di micro-credito per un gruppo di donne per cui erano stati stanziati 1.500 dollari. Il compenso previsto per l’istruttore era di 2.000 dollari, più di quanto era destinato al gruppo delle donne!

A volte la preparazione degli interventi umanitari è così tecnica e logistica da sembrare asettica; quasi come se i destinatari fossero una componente un po’ staccata e secondaria rispetto a tutta la macchina organizzativa. In Sud Sudan si parla di industria umanitaria, di una realtà che è diventata un vero e proprio settore lavorativo e un’opportunità di lavoro.

Ciò non è di per sé negativo, ma lo diventa quando lo scopo primario sono i guadagni relativamente alti che si possono ottenere in aree del mondo affette da crisi di varia natura. Invece di aiuto a persone nel bisogno viene da pensare di essere davanti allo “sfruttamento” di una situazione umanitaria.


Agenzie Onu

In Sud Sudan sono operative, tra le altre, Fao, Unicef e Programma alimentare mondiale (Wfp). Secondo le tre agenzie Onu, tra maggio e giugno, circa 6,5 milioni di sudsudanesi – oltre la metà della popolazione – potrebbero trovarsi in una situazione di insicurezza alimentare acuta. Matthew Hollingworth, direttore del Wfp in Sud Sudan rileva che “Qualsiasi tipo di miglioramento fatto è stato vanificato dalle inondazioni alla fine del 2019, specialmente per le comunità più difficili da raggiungere”.
Nel 2020 il Wfp prevede di assistere circa 5,4 milioni di persone, fornendo cibo salvavita ai più vulnerabili, pasti scolastici e prodotti nutrienti speciali per prevenire e curare la malnutrizione tra i bambini e le donne incinte o in allattamento. Per svolgere queste attività l’agenzia Onu necessita di 208 milioni di dollari