Paese al voto

Kibaki lascia un Kenya più diviso di come l’aveva ereditato e le prossime elezioni potrebbero portare a gesti di violenza peggiori rispetto a quelli di 5 anni fa. Terrorismo, etnicismo e povertà i temi della campagna.

Cala il sipario sui cinque lunghi anni di campagne politiche in Kenya. La popolazione sarà chiamata a votare per eleggere un nuovo presidente il 4 marzo prossimo e l’attuale presidente, Mwai Kibaki, dovrà lasciare la carica avendo completato i due turni permessi dalla costituzione. È presidente dal 2002, quando la Coalizione dell’alleanza nazionale arcobaleno (Narc, nell’acronimo inglese) scalzò, attraverso elezioni libere, il partito dell’Unione nazionale africana del Kenya, al potere ininterrottamente dal 1963, anno dell’indipendenza. L’eredità che l’attuale presidente Kibaki lascia ha luci e ombre.

Durante gli anni del suo mandato, sono certamente migliorate le infrastrutture, in particolare i trasporti. C’è stata, poi, una forte crescita economica. Quando succedette alla presidenza a Daniel Arap Moi, il paese era allo sfinimento politico ed economico. Tuttavia, negli anni di Kibaki la corruzione e l’etnicismo esasperato si sono radicati in modo più evidente rispetto alla precedente amministrazione. L’insicurezza è in aumento e diverse aree del paese si trovano ad affrontare varie minacce che provengono dalle milizie islamiche al-Shabaab, dalla criminalità, dai ladri di bestiame specialmente nel nord del paese, dalla violenza politica ecc. Kibaki lascia una nazione più divisa di quando l’ha ereditata e le prossime elezioni, organizzate in modo molto inadeguato, potrebbero portare a gesti di violenza anche peggiori rispetto alle precedenti elezioni del 2007-2008.

Con l’elezione del nuovo presidente e del suo vice, i kenyani dovranno eleggere anche 47 governatori e i loro vice, 47 senatori, 47 rappresentanti donne, 290 membri del parlamento e 1.450 rappresentanti di contea. La nuova costituzione ha favorito un sistema decentrato di governo, nel quale le risorse saranno distribuite alle 47 contee. Questa istituzione ha concluso, di fatto, un sistema di governo centralizzato dove tutto era pianificato e organizzato dalla capitale Nairobi, geograficamente e mentalmente lontana dalla maggioranza della popolazione che vive in aree rurali. La maggior parte di queste aree sono state così marginalizzate da Nairobi che la gente nelle zone rurali si sente estranea al governo centrale pensandolo come un’entità lontana. Nella stessa capitale, il 60% della popolazione vive nelle baraccopoli. Il lavoro umanitario e di sviluppo è portato avanti, per la gran parte, da organizzazioni religiose e umanitarie. 

 

Lezioni disattese

I risultati delle elezioni di cinque anni fa furono contestati dal Movimento democratico arancione (Odm, nell’acronimo inglese). Il Movimento sostenne che il suo candidato presidenziale, Raila Odinga, avesse vinto le elezioni contro Kibaki, rappresentante del Partito di unità nazionale, candidatosi per un secondo mandato. Quest’ultimo, una volta eletto, fu fatto giurare in tutta fretta di notte e si precipitò a nominare il 50% del consiglio dei ministri. Lo scontro Odinga-Kibaki portò a violenze di ogni genere nel paese. Più di mille persone furono uccise, più di cinquecentomila dovettero lasciare le loro abitazioni e furono distrutte proprietà per milioni di dollari.

Gli interventi dell’Unione africana e di altre personalità di caratura mondiale, guidate dall’ex segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, fecero in modo che si raggiungesse un accordo di condivisione del potere tra il presidente Kibaki e Odinga, il quale diventò primo ministro e nominò il rimanente 50% dei ministri. Per i fatti delle violenze post-elettorali, sei persone vennero incriminate dalla Corte penale internazionale. Il presidente dell’Odm, Henry Kosgey, e l’allora capo della Polizia Hassan Ali furono invece assolti nelle indagini preliminari. Le accuse contro l’ex ministro delle finanze Uhuru Kenyatta, il vice-capo dell’Odm William Ruto, il capo della pubblica amministrazione Francis Muthaura e il presentatore di radio Kass, Joshua Arap Sang, furono confermate ed essi dovranno affrontare il processo alla Corte dell’Aja nell’aprile di quest’anno.

La classe politica, però, è lungi dall’aver imparato qualche lezione da questi fatti. Non appena i nuovi membri del parlamento prestarono giuramento, nel 2008, iniziò la polarizzazione politica ed etnica e i politici cominciarono la loro campagna per le elezioni generali del 2012 su queste linee, nonostante mancassero ancora cinque anni al loro svolgimento.

Il dato che emerge, quindi, è che i kenyani andranno al voto più divisi rispetto a cinque anni fa. Forse per questo c’è stata una certa apatia durante la recente registrazione dei voti condotta dalla Commissione per le elezioni indipendenti e i confini che ha sostituito la defunta Commissione elettorale del Kenya protagonista dei pasticci del 2007 e causa delle violenze post-elettorali. Nonostante la vigorosa campagna condotta dal governo, dalla Commissione per le elezioni, dalla società civile e dai media, solo 14 milioni di cittadini si sono registrati per votare. L’obiettivo era arrivare a 18 milioni. 

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