ALTRE AFRICHE – DIARIO DI VIAGGIO: NEWTOWN 1
Davide Maggiore

Se fossero una band, i due musicisti seduti a pochi metri dal Market Theatre di Johannesburg non sarebbero certo tra i più affiatati: dreadlocks, chitarra e vestiti casual il primo, abito elegante con tanto di cappello il secondo, che tra le mani stringe un sassofono. Restando immobile, perché nonostante gli sforzi dell’artista di renderla verosimile, quella del jazzista Jeremiah ‘Kippie’ Moeketsi è solo una statua.

Né questa né il suonatore di strada, però, sembrano attirare l’attenzione di chi entra nel grande centro commerciale proprio lì accanto. Oltre l’ingresso, ad accogliere i clienti, una grande piazza su cui si affacciano attività di ogni tipo: fast food con maxischermo che trasmette partite di rugby e calcio, bar in stile steampunk, negozi di abbigliamento, un barbiere, un laboratorio di tatuaggi. Nessuna differenza, a prima vista, con molti grandi mall sudafricani, diventati punti di incontro che comprendono anche uffici e appartamenti. Ma questo, aperto nel 2014 con una spesa di oltre 1,3 miliardi di rand (quasi 78 milioni di euro), non è come gli altri: è tra i più grandi investimenti di questo tipo nel centro di Johannesburg dagli anni ‘70. Ed è stato pensato per diventare un riferimento in un quartiere, Newtown, che già ha avuto molte vite.

Passato, negli anni, da sede di fabbriche di mattoni a punto di riferimento della scena artistica – ancora oggi, le strade prendono il nome di importanti musicisti locali –  Newtown è stato anche il luogo di alcuni dei primi sgomberi ordinati dal regime segregazionista. Il Market Theatre, costruito nel 1976, si guadagnò con i suoi spettacoli impegnati l’appellativo di “teatro della lotta”. Ancora oggi, riconosce Andries Mkhatshwa «Newtown è difficile da descrivere in poche parole: nel raggio di un chilometro quadrato si trovano le attività più diverse».

Andries, urbanista, lavora da dieci anni nella inner city, collaborando anche con progetti di sviluppo municipali. Ma vuole sottolineare la differenza tra questa e altre zone della città che hanno subìto una trasformazione, insieme, architettonica ed economica. «Qui devono poter vivere persone di tutti i ceti sociali e tutti devono poter accedere agli stessi servizi, comprese scuole e trasporti», spiega. «Promuovere nuove attività non significa scacciare chi era già qui, ma aggiungere servizi che non esistevano».

Trasformare senza stravolgere, dunque, è la sfida. Ma anche a Newtown il passato, ben visibile nel tetto rosso e nella facciata bianca del Museum Africa, fatica ancora a fondersi con l’enorme mole del centro commerciale a più piani e del vicino hotel da quasi 150 stanze. Pieno di attività il grande mall, abbandonati molti piccoli negozi poco più in là, sulla piazza Mary Fitzgerald. Che di Newtown dovrebbe essere il centro ma dove, in un giorno qualsiasi, è facile vedere solo i guardiani degli edifici, i passeggeri che contrattano una corsa su un taxi collettivo e piccoli gruppi di disoccupati impegnati a parlare o a fumare una sigaretta.

Come loro, il quartiere sembra essere in attesa di capire quale direzione prenderanno le cose. «Dipende dalla gente e da quello che le autorità vorranno ottenere», riconosce Andries Mkhatshwa «Se il governo darà più spazio alle compagnie private, c’è il rischio che la zona diventi chiusa, ma se permetteranno ad altre attività, come i piccoli negozi, di competere, e punteranno sulle istituzioni culturali, questo resterà uno spazio aperto alla diversità». Il futuro di Newtown, insomma, non è segnato.