GIUFÀ – LUGLIO/AGOSTO 2018
Gad Lerner

Dicono che non dovremmo più nominarlo, colui che in pochi mesi è diventato l’uomo politico più famoso d’Italia, perché manifestando la nostra indignazione cadiamo nel tranello delle sue ben calcolate provocazioni. Lascio ai maldestri esperti della politica-spettacolo e del marketing elettorale – quasi sempre gli stessi che gli hanno fornito il trampolino da cui ha spiccato il volo – l’onere di districarsi nel groviglio delle loro stesse argomentazioni.

Mi interessa poco anche la fenomenologia della costruzione di un capo di simil fatta, trasformista che negli anni ha cambiato numerose maschere, abile calcolatore ma digiuno di esperienze amministrative o di governo, coerente solo nell’esasperare i toni del conflitto: l’unico linguaggio tonitruante che conosce. Non è certo la prima volta nella storia che un fanatico mediocre, ma provvisto di intuito, assurge al ruolo di uomo forte. Se ciò accade, se la violenza verbale diventa pensiero egemone, vuol dire che agisce nella società una potente spinta dal basso, tale da far riemergere pulsioni sotterranee: non solo il bisogno di ordine, sicurezza, gerarchia, ma anche un sentimento di vendetta che anima chi si sente vittima di una retrocessione, economica o anche solo di status.

Il personaggio in questione gioca apertamente con i richiami a una ideologia profondamente radicata nella storia del secolo scorso, ma ancora più antica: il fascismo. Lui desidera essere accusato di fascismo, irridendo al tempo stesso chi evoca la maledizione di quel passato. Ma intanto quella ideologia vibra in comportamenti sempre più diffusi, che dal dileggio nei confronti del volontariato sociale e della cultura solidaristica tracimano sempre più spesso in comportamenti di violenza diffusa, accanimento contro bersagli simbolici (gli intellettuali d’opposizione) e spedizioni punitive contro singoli migranti.

Il nuovo fascismo italiano, trovategli pure un nome diverso, più adatto ai tempi, cresce dal basso. Si maschera da patriottismo, si autorappresenta come riscatto popolare, rievoca l’immagine lanciata nel 1911 dal poeta Giovanni Pascoli ai tempi dell’impresa di Libia: «La grande proletaria si è mossa». Allora – nel decennio precedente la nascita del fascismo – si inneggiava alla conquista delle colonie africane, grazie a cui sarebbe stata finalmente debellata la piaga dell’emigrazione italiana. Oggi, all’inverso, “la grande proletaria” avrebbe trovato finalmente la forza di espellere dal suo seno i corpi estranei accusati di impoverirla, combattendo al tempo stesso le potenze straniere da cui si era lasciata sottomettere.

Questo è lo spirito dei tempi bui che stiamo vivendo, e che rischiano di provocare una degenerazione illiberale, autoritaria, delle nostre istituzioni. Presentano come riscossa popolare il rinchiudersi in sé stessa della provincia italiana. Vanno orgogliosi della loro brutale ignoranza. Non so quanto durerà questa euforia che obnubila il paese, ma già oggi possiamo dire che il pentafascioleghismo causerà all’Italia danni permanenti più gravi di quelli che ci ha lasciato in eredità il berlusconismo.   

Giovanni Pascoli
Il poeta romagnolo, apparentemente sensibile ai motivi umanitari e socialisti, nel novembre del 1911, in occasione dell’impegno coloniale che vedeva l’Italia occupata a conquistare la Libia, pronunciò un discorso a favore di quell’impresa.
Secondo Pascoli, l’Italia – «la grande proletaria» – aveva il diritto politico, morale e sociale di conquistare nuove terre: solo così, infatti, essa avrebbe potuto offrire nuovi sbocchi alla sua manodopera esuberante e far sì che i «proletari» italiani non sarebbero stati più costretti ad andare a lavorare in terre straniere e ad arricchire così, con la loro fatica, altri popoli.