AL-KANTARA – LUGLIO e AGOSTO
Mostafa El Ayoubi

Una parte consistente del mondo arabo vive nel caos. L’instabilità politica, sociale, economica e anche la sicurezza sono andate peggiorando nell’ultimo decennio. I motivi di questo caos sono da cercare soprattutto nelle croniche congiunture geopolitiche che chiamano in causa le grandi potenze regionali e internazionali. Il problema grava pure sul presente e sul futuro del continente africano.

La Tunisia è tutt’oggi nel limbo di una transizione incerta. L’Egitto è in mano a un regime militare, che di recente ha modificato la Costituzione per consolidare il potere dell’attuale presidente, il generale al-Sisi. La Libia è in balia di una guerra fratricida a causa dell’intervento della Nato nel 2011. L’Algeria è in fermento ed è difficile prevedere l’esito della crisi, visto il ruolo preponderante dei militari che di fatto detengono le redini del potere.

Da diversi mesi anche il Sudan è sotto i riflettori in seguito alla rivolta che ha contribuito alla caduta del generale Omar El-Bashir. Le manifestazioni a Khartoum e in altre città sono state manipolate dai militari per compiere un colpo di stato (lo stesso El-Bashir giunse al potere nel 1989 attraverso un golpe).

Oggi e fino a nuovo ordine detta legge la giunta militare guidata dal generale Abdel Fattah Burhan. Dietro il suo arrivo al potere c’è la mano segreta dell’Egitto, dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi, paesi che formano un’alleanza sotto l’ombrello geopolitico regionale in mano ai sauditi, in contrapposizione all’alleanza composta da Qatar e Turchia. Il Sudan è stato sempre un terreno di scontro ideologico tra questi due poli.

El-Bashir adottava una strategia a geometria variabile a seconda dei suoi interessi. In passato, per motivi ideologici, era legato al Qatar che appoggia il movimento dei Fratelli musulmani, il cui ramo sudanese era sostenuto dall’ex regime di El-Bashir, che ultimamente si era però avvicinato all’Arabia Saudita. Dal 2015 il Sudan partecipa alla guerra contro lo Yemen con più di 10mila paramilitari. In cambio gli al-Saud gli avevano promesso aiuti finanziari per 5 miliardi di dollari, erogati solo in piccola parte.

È importante sottolineare che il generale Abdel Fattah Burhan è stato il comandante delle truppe sudanesi nello Yemen. Pura coincidenza? Burhan si era già recato a Riyadh il 30 maggio scorso, in qualità di presidente del Consiglio militare di transizione, per ricevere la “benedizione” dei sauditi (cinque giorni prima è stato ricevuto al Cairo da al-Sisi).

All’indomani del golpe, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi hanno stanziato 3 miliardi di dollari per il Sudan. Ma El-Bashir faceva affari allo stesso tempo con la Turchia. Nel 2017 ha dato in concessione ad Ankara, per 99 anni, la penisola Suakin sul Mar Rosso. Un punto strategico, vicino alle coste saudite, che i turchi potrebbero utilizzare come base militare.

Per ora sembra che il polo guidato dall’Arabia Saudita – con il benestare della Casa Bianca – sia preponderante sulla scena sudanese e potrebbe influire pesantemente sul futuro di questo paese. Poco importa che in pazza a Khartoum e altrove donne e uomini dicano no all’ingerenza dei sauditi nei loro affari e sì al ritiro dei combattenti sudanesi dallo Yemen.

Nella foto: il principe ereditario emiratino Mohammed bin Zayed con il capo del Consiglio militare di transizione sudanese, generale Abdel Fattah al-Burhan, il 26 maggio ad Abu Dhabi.

 

Guerra nello Yemen
La società civile sudanese che in questi mesi ha invaso le strade della capitale ha chiesto più volte il ritiro delle truppe del Sudan dallo Yemen. I militari che hanno preso il posto di El-Bashir hanno risposto negativamente.