Tanzania / Ambiente
L'Area di conservazione di Ngorongoro, una delle riserve naturali più belle del mondo dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità, potrebbe essere a rischio. Una compagnia petrolifera tanzaniana ha cominciato le ricerche nella zona. Ennesima prova che quando sono in gioco i soldi dalle parti di Dodoma, nulla è al sicuro.

La ricerca del petrolio è iniziata a Ngorongoro, riserva naturale protetta, ad est del parco naturale del Serengeti, in Tanzania. Da circa un mese i tecnici della Tanzania Petroleum Development Corporation (Tpdc) hanno iniziato le prospezioni attorno al gigantesco cratere, una delle grandi attrazioni per il turismo naturalista. Le ricerche si estendono anche ai distretti di Karatu e Longido, lungo la Rift Valley. Gli esperti della società petrolifera nazionale ritengono, inoltre, che l’attività geotermica del cratere possa generare energia sufficiente a coprire il fabbisogno di queste province. L’area protetta attorno alla più grande caldera intatta del mondo – dove si trova anche l’importantissimo sito archeologico delle “Gole dell’Olduvai” – è considerata Patrimonio dell’Umanità. Stupisce dunque, il silenzio dell’Unesco e delle organizzazioni ambientaliste su un progetto di ricerca energetica destinato a devastare l’ambiente e la vita delle popolazioni locali, i Masaai in particolare.

Precedente del geotermico
Per avere un’idea della trasformazione in atto a Ngorongoro, basta seguire la Rift Valley e guardare solo poche centinaia di chilometri più ad est, ad Olkaria, in Kenya, dove il recente sviluppo dell’impianto geotermico più grande al mondo, ha stravolto l’ecosistema con durissime ripercussioni sulle comunità Masaai che sono state rilocate con la forza, senza essere consultate e per lo più senza alcuna compensazione.    
Il governo kenyano ha, infatti, avviato un importante programma esplorativo lungo l’intera fossa tettonica, per sfruttare le potenzialità dell’energia del sottosuolo. “Nel corso degli anni le compagnie straniere hanno continuato a finanziare questi progetti senza occuparsi della salvaguardia e dei diritti delle popolazioni locali” denuncia il Center for World Indigenous Studies (Centro per gli studi indigeni nel mondo – Cwis).
La società tedesca Deg (Deutsche Investitions und Entwicklungsgesellschaft mbh), assieme alla Kfw Entwicklungsbank (Kfw Development Bank), finanzia Orpower IV – società proprietaria della centrale geotermica Olkaria III – con un prestito a lungo termine di 40 milioni di dollari. Recentemente, Overseas Private Investment Corporation (Opic), istituto di finanziamento allo sviluppo del governo statunitense, ha dato al Kenya 310 milioni dollari per aumentare la capacità produttiva dello stesso impianto. La Banca Mondiale, riferisce d’aver investito 409 milioni dollari per lo sfruttamento geotermico dal 2007 e nel 2013 ha annunciato l’intenzione di raccogliere altri 500 milioni dollari per progetti simili nella Rift Valley e in altre parti del mondo. Ma, sostiene ancora il Cwis, “Nemmeno una piccola parte di questo denaro è stata stanziata per compensare la comunità Maasai, la cui terra è stata usurpata”.
L’energia geotermica, inoltre, viene definita “verde”, ma la valutazione d’impatto ambientale della KenGen (Kenya Electricity Generating Company Limited, società che produce circa l’80% dell’elettricità del paese) dimostra che queste centrali, rilasciano nell’ambiente sostanze inquinanti come idrogeno solforato, tracce di metalli come boro, arsenico e mercurio, oltre all’inquinamento acustico. “Rifiuti tossici provenienti dalla centrale a Naivasha – denuncia ancora il Cwis – sono stati emessi nell’aria e smaltiti nei corsi d’acqua locali, in violazione delle norme ambientali internazionali”. 

Masaai sempre a rischio
Intanto, sempre lungo la Rift Valley, nelle province di Kedong, Akira and Suswa, migliaia di famiglie Masaai stanno lottando in tribunale per evitare di essere cacciate dai loro territori che il governo del presidente Kenyatta ha dato in concessione a nove aziende straniere – Sinopec (Cina), KEC (India), Hyundai (Sud Corea), Toshiba, Toyota, Tsusho e JICA (Giappone), African Geothermal International (Agil) e Marine Power -. Queste ultime due, in particolare, stanno violando l’ingiunzione del tribunale che vieta loro l’inizio dei lavori di prospezione senza previa consultazione con le comunità locali, nella zona di Akira. Nel loro ricorso in tribunale, i Masaai denunciano la violazione di numerosi accordi e protocolli internazionali, tra cui il principio di libero, prioritario e informato consenso, sancito nella Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni (Undrip). Sfrattando forzatamente i Masaai dalle loro terre e negando loro, dunque, la possibilità di partecipare e beneficiare ai progetti di sviluppo, le corporations straniere (e il governo kenyano che ha assegnato loro le terre) violano, inoltre, il protocollo di Nagoya sull’accesso e la condivisione dei benefici nello sfruttamento del territorio.
In Kenya come in Tanzania, i Masaai chiedono alla giustizia di fermare subito l’utilizzo di forze di polizia armate per forzare le espulsioni e di imporre il rispetto delle decisioni dei tribunali. La cessione di ampi e ricchi spazi di territorio ad aziende straniere è un fenomeno che interessa l’intero continente e, in molti casi, è strettamente legato ad accordi di partenariato tra due paesi in nome dello sviluppo. Servono nuove leggi per imbrigliare le crescenti ambizioni di sfruttamento delle terre africane e occorre rafforzare le istituzioni dei singoli paesi per limitare i poteri esecutivi dei governi, come avvenuto in Malawi, dove il Parlamento ha approvato una nuova legge che rende più difficile per i vertici, abusare dei loro poteri per vendere o dare in concessione la terra.

Nella foto in alto il cratere di Ngorongoro all’interno del parco nazionale omonimo in Tanzania.