Repubblica del Congo
Sempre più probabile che il Congo Brazzaville sia chiamato a decidere tramite referendum costituzionale su un piano di modifiche al testo che garantirebbero al presidente Nguesso di correre per un terzo mandato alle elezioni del 2016. Il popolo congolese nasconde la sua contrarietà, mentre la Francia sta a guardare.

La Repubblica del Congo si avvia verso un referendum costituzionale. Ad annunciarlo è lo stesso presidente Denis Sassou Nguesso che, in un’intervista alla Bbc ha voluto mandare un messaggio chiaro al suo paese: «Bisogna che tutta la popolazione discuta e dopo il dibattito il popolo dovrà pronunciarsi sulla Costituzione attraverso un referendum».

Il fine di tutto ciò? Sottoporre al paese una riforma che consenta proprio al presidente di essere rieletto per un terzo mandato nel 2016. La Carta attualmente in vigore, varata nel 2002, infatti, impedisce a Nguesso di ricandidarsi sia perché sarebbe il terzo mandato, sia per raggiunti limiti di età. Ma la bulimia di potere, e l’impossibilità di arrivare a una successione dinastica, portano l’uomo forte di Brazzaville – al potere dal 1979 con un solo intervallo di cinque anni tra il 1992 e il 1997 – a mettere mano alla Costituzione, per garantire a se stesso e a tutto il suo entourage la permanenza al vertice del sistema di corruttela che, di fatto, governa il paese.
Lui, tuttavia, assicura che non «si tratta della persona del presidente, ma delle istituzioni».  A credergli è solo il Partito congolese del lavoro, il suo schieramento politico che domina le istituzioni. Le opposizioni tutte hanno già definito questa decisione come un gesto “folle”, che non potrà portare che al logoramento delle relazioni politiche e del tessuto democratico, semmai ne esista uno.

Indifferenza da non sottovalutare
Nel frattempo i cittadini stanno a guardare. Un atteggiamento, questo, che spesso può essere confuso con un disinteresse generale alla vita politica del paese. In effetti alle ultime elezioni presidenziali, nel 2009, solo il 10% degli aventi diritto si è recato alle urne per eleggere il presidente. Ma occorre fare molta attenzione a questa apparente indifferenza, perché nell’immaginario dei congolesi può somigliare di più a un “poi facciamo i conti” oppure a un “non dimentichiamo”. Che il malumore stia crescendo però e fuor di dubbio. La gente comincia ad essere stanca dell’ostentazione di potere che il presidente e tutta la sua famiglia fa ormai quotidianamente.

La Francia attendista
Secondo molti il progetto di Nguesso è quello di portare il paese sull’orlo di una crisi economica per poi, attraverso un referendum, appunto, farsi innalzare nuovamente dal popolo come salvatore della patria, si sta avverando. La Francia non si è ancora schierata sulla questione della modifica costituzionale, ma sembra che sottovoce anche Parigi cominci ad essere stanca di un approccio dispotico al potere. L’attendismo francese è forse dovuto alle numerose inchieste, avviate e insabbiate e poi tornate agli onori delle cronache, tese a far luce sulla natura del patrimonio della famiglia del presidente congolese. Si tratta ad esempio dei numerosi conti bancari in Francia, delle tante proprietà immobiliari, oltre ai conti nei paradisi fiscali e alle società di comodo utilizzate per vendere il petrolio sottobanco.
L’opinione pubblica francese sembra stufa di leggere sui quotidiani delle inchieste su Nguesso, ma gli affari sono affari e probabilmente prevarranno questi e la Francia continuerà a chiudere un occhio.

Un passato che non può ripetersi
Non serve ricordare che una guerra civile ha già insanguinato il paese, nel 1996, quando gli interessi di Parigi erano a rischio e fu allora che la compagnia petrolifera francese Elf Aquitaine finanziò la guerra di Nguesso per riprendersi il potere. Se oggi il paese dovesse essere attraversato da violenze, probabilmente la Francia dovrebbe trovare una soluzione diversa da quella del sostegno al dittatore.
Per la verità Nguesso un paio d’anni fa aveva tentato un passaggio di potere morbido, dinastico. Tutto è iniziato con l’elezione a deputato del figlio Christel che, contestualmente, aveva lanciato una serie di operazioni umanitarie di facciata. L’opposizione però riuscì ad opporsi e a bloccare l’operazione nel 2013.
Fu dopo questo fallimento che cominciò a farsi largo nel partito del presidente l’idea di una riforma  costituzionale che venne ufficializzata nel marzo del 2014  per voce del suo uno dei suoi ministri, il fedele Pierre Mabiala.

O referendum o la forza?
Nel discorso per il nuovo anno, il presidente ha precisato che la consultazione del popolo avrà luogo se, e solamente se, il dialogo non si incaglierà. Ma se ciò dovesse verificarsi? Quali strade prenderà il presidente per rimanere al potere? Difficile rispondere a queste domande, però un dato resta inquietante. Secondo l’ultimo rapporto Sipri, Stockholm International Peace reserach Institute, tra il 2013 e il 2014 la spesa militare in armamenti della Repubblica del Congo è cresciuta dell’88%. Cosa può significare? Perché questa improvvisa corsa alle armi delle istituzioni di Brazzaville? Tutto ciò fa pensare che il Congo si stia avviando su una strada incerta e il futuro sia ancora più buio per i suoi cittadini.

Nella foto in alto il presidente della Repubblica del Congo, Denis Sassou Nguesso.