Editoriale Nigrizia, aprile 2013

Un papa povero e dialogante. Un sacerdote di pace che ci manca da vent’anni. Dei cacciabombardieri, gli F-35, che l’Italia ha deciso di acquistare. Tre fatti che ci spronano ad agire da cristiani. A dare un segnale. Costruendo, insieme con Francesco, una Chiesa nuova, smarcata dai poteri forti economici e finanziari che sono sempre armati. Avendo chiaro, secondo la testimonianza di don Tonino Bello, che la costruzione della pace è il centro dell’evangelizzazione. Dicendo un “no” netto all’acquisto degli F-35, simbolo di una politica prigioniera del complesso militare industriale che detta la linea a troppi governi.

Fin dalle prime battute del ministero di papa Francesco ci siamo resi conto che un vento nuovo sta soffiando sulla nostra Chiesa, un vento di rinnovamento. Ci siamo sentiti subito attratti dal suo modo semplice e immediato di rivolgersi alla gente. La sua umanità e bonarietà hanno conquistato la simpatia di molti, anche di chi non crede o si è allontanato dalla Chiesa. Le sue parole sulla misericordia infinita di Dio, sull’autorità come servizio alle persone, soprattutto ai più deboli e ai poveri, hanno riscaldato il cuore di tanti.

Ma sono i suoi gesti concreti che più ci hanno meravigliato e fatto nascere la speranza di un rinnovamento della Chiesa. In particolare, la rinuncia ai privilegi legati allo status di leader supremo della Chiesa cattolica. Appena eletto, papa Francesco rinuncia alla croce d’oro e al collo preferisce quella di ferro; si mette al dito un anello di argento e non indossa paramenti sfarzosi ma la sola veste bianca; torna all’albergo dove aveva pernottato durante il conclave sullo stesso pulmino su cui viaggiano gli altri fratelli cardinali e paga il conto dell’albergo; ringrazia i giornalisti nel suo primo incontro con loro, vuole benedirli ma si limita a un attimo di preghiera «con il cuore e in silenzio» per rispettare la coscienza di quanti, tra i presenti, non sono cattolici o credenti; lascia la papa-mobile e per la celebrazione della messa inaugurale del suo ministero petrino entra in piazza San Pietro su una vecchia jeep scoperta e la fa fermare per abbracciare e baciare un disabile…

Nell’esercitare la sua autorità papa Francesco rifiuta “i segni del potere”, e invoca invece “il potere dei segni”, come avrebbe detto don Tonino Bello, vescovo e presidente di Pax Christi. Un accostamento che ci pare non casuale. Entrambi ci paiono uniti da un legame ideale e spirituale, pur non essendoci alcuna relazione temporale o geografica, perché testimoni della Chiesa povera che vuole essere libera da compromessi con i poteri forti di questo mondo per farsi solidale con i poveri e lottare per la giustizia al fine di restituire a ciascuno la propria dignità umana.

Il vescovo di Roma, spiegando il motivo della scelta del nome Francesco, ha detto che il poverello «è l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato». Parole che avrebbero fatto esultare di gioia don Tonino che amava la Chiesa e voleva che avesse il coraggio della profezia e facesse della pace il suo annuncio fondamentale con la parola e con i fatti.

Ci rivolgiamo a papa Francesco perché offra segni concreti e chiari di pace a fronte di una recrudescenza dei conflitti in molti angoli della terra (Siria, Mali, Repubblica Centrafricana, Rd Congo, Medio Oriente, Sudan …) e perché si affermi il principio della nonviolenza attiva come don Tonino Bello ci ha insegnato. Perché tutti noi, e soprattutto i responsabili politici, impariamo a esplorare sempre e ovunque le vie del confronto civile e del dialogo.

Abbiamo bisogno di una Chiesa che affronti con posizioni chiare il problema della produzione e del commercio delle armi, che alimentano i conflitti, distruggono la terra e colpiscono più di tutti i poveri. Il vescovo di Roma, sulle orme del santo di Assisi che si pose in controtendenza rispetto alle logiche militari del suo tempo, abbia il temerario ardire di credere nella pace, bene supremo dell’umanità, incalzando la politica a fare buona politica. Il suo impegno avrà l’appoggio di tanti, dentro e fuori la Chiesa, che auspicano un ritorno alla fede di Gesù di Nazaret, al suo messaggio radicale di pace e amore universale.