Egitto, ottavo giorno di proteste
Centinaia di migliaia tornano in piazza in Egitto per rovesciare il regime del presidente Mubarak. L’esercito presiede alle manifestazioni senza intervenire. Mentre le opposizioni rigettano la proposta di trattativa immediata con l’esecutivo, iniziano a farsi sentire nel paese le ripercussioni economiche della crisi. Internet resta oscurato.

Egitto, trema Mubarak

La “Marcia del milione” è l’ultima tappa di una rivolta senza precedenti. A una settimana dall’inizio delle contestazioni di piazza contro il regime in Egitto, centinaia di migliaia di persone sono scese in strada anche oggi al Cairo, nella centrale piazza Tahrir, ad Alessandria e a Suez. Un’adesione massiccia alla convocazione, lanciata nei giorni scorsi dalle opposizioni, per raccogliere più di un milione di cittadini e costringere il presidente alla resa. Un successo che vede complice l’esercito che ieri sera aveva annunciato che non avrebbe fatto uso della forza giudicando le rivendicazioni degli egiziani “legittime”.

 

I manifestanti – tra cui oggi per la prima volta anche molte famiglie, donne e bambini – chiedono che l’ottantaduenne presidente Hosni Mubarak lasci il potere e venga giudicato per i crimini commessi. Stessa richiesta anche per l’ex ministro dell’Interno Habib el-Adli, rimpiazzato nei giorni scorsi da Mahmoud Wagdi, un alto dirigente della polizia, considerato vicino al figlio di Mubarak, Gamal. Chiedono anche l’istituzione di una commissione che modifichi la Costituzione, lo scioglimento del nuovo Parlamento e la formazione di un governo di unità nazionale che porti il paese a libere elezioni.

 

Un percorso, questo, che per le opposizioni deve seguire un iter ben preciso. Ieri sera il vice-presidente Omar Souleimane aveva annunciato d’essere stato incaricato di aprire un “dialogo immediato” con l’opposizione “in merito a tutte le questioni legate alle riforme costituzionali e legislative”. Oggi arriva la risposta del premio Nobel per la pace Mohamed el-Baradei, oggi leader dell’Associazione nazionale per il cambiamento. “Ci può essere dialogo – ha detto el-Baradei alla tv Al Arabiya – ma solo dopo che saranno accolte le richieste del popolo e la prima di queste richieste è che il presidente Mubarak se ne vada”. E che se ne vada entro il 4 febbraio.

 

L’ex capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica nega la possibilità immediata di dialogo e rilancia con un ultimatum: “Mubarak lasci il paese entro venerdì”. Una posizione questa, sostenuta, all’opposizione, anche dal leader dei Fratelli Musulmani, Essam el Aryan, e dai vertici del Fronte democratico per il cambiamento. E’ annunciato, intanto, il rientro in patria, oggi, di Ahmed Zewail, chimico e fisico egiziano naturalizzato statunitense, nonché primo egiziano – e primo arabo – a ricevere un Nobel per la chimica, nel 1999.

 

Tutto questo mentre dal 28 gennaio l’Egitto è di fatto isolato dal sistema delle comunicazioni internazionali. Resta bloccata la rete internet: i social network Twitter e Facebook, il motore di ricerca Google, le connessioni private, i blog, i portali web, ma anche il servizio SMS della telefonia cellulare. Ieri sera anche Noor, l’ultimo provider di servizi internet rimasto “acceso” nei giorni scorsi, è stato oscurato. Forniva connessioni a Internet per la Borsa egiziana e per altre imprese. Ma c’è già chi è riuscito ad aggirare l’ostacolo: gli ingegneri di Google, Twitter e SayNow, infatti, hanno realizzato un servizio “speak-to-tweet” che permette agli utenti egiziani di scavalcare la rete internet inviando un messaggio voce su Twitter tramite il telefono.

 

E mentre l’Alto Commissario Onu per i diritti umani, Navy Pillary, diffonde una prima stima delle vittime delle proteste degli ultimi giorni – 300 i morti, più di 3.000 feriti e centinaia di arrestati – sale la preoccupazione per i contraccolpi economici di una settimana di proteste di massa. Le banche e la borsa restano ferme, il carburante e i generi di prima necessità cominciano a scarseggiare e un duro colpo è stato inferto anche al vitale settore del turismo.

 

Il blocco delle principali città egiziane, dell’attività portuale e di trasporti, ha anche spinto alcuni gruppi multinazionali a sospendere le attività. Così ha fatto la giapponese Nissan che assembla auto in uno stabilimento a Giza, mentre a Port Said, una delle più grandi società di trasporto navale al mondo, la danese Maersk, ha deciso di chiudere i suoi uffici. Produzione sospesa anche per l’italiana Ital-Cementi che ha bloccato la produzione in cinque stabilimenti di sua proprietà nel paese. Esempio seguito dalla francese Lafarge.

Nel settore dell’energia, la compagnia russa Lukoil, il produttore di gas Novatek, i polacchi PG Nig e i tedeschi RWE hanno invece deciso di rimpatriare i loro dipendenti, così come stanno facendo anche altri gruppi internazionali di Stati Uniti, Canada, Arabia Saudita, Giappone e Australia.