Algeria / Monaci senza pace
Nuovi risvolti nelle indagini sulla morte dei sette monaci del monastero di Tibhirine in Algeria nel 1996. I risultati delle analisi condotte sui resti esumati dei sette monaci fanno sorgere dubbi sulla data della loro morte e su come realmente andarono le cose.

Un primo rapporto sui risultati dell’esumazione dei sette monaci, sepolti nel piccolo cimitero a fianco del monastero di Tibhirine, sulle pendici dell’Atlante a 120 km a sud-ovest di Algeri, è stato rivelato ieri dall’agenzia stampa francese Afp e ripreso oggi dai principali quotidiani francesi.

Secondo l’analisi effettuata sulle foto scattate al momento della scoperta delle teste dei monaci, il 23 maggio 1996, lo stato di decomposizione dei resti lascia pensare che l’uccisione sia avvenuta tra il 25 e il 27 aprile, prima dunque della data del 21 maggio indicata da un comunicato attribuito al Gruppo islamico armato (Gia), che aveva rivendicato il sequestro dei monaci avvenuto nel marzo 1996, e prima del 30 aprile, data alla quale il Gia affermava che i monaci erano ancora in vita.

Ciò metterebbe in dubbio la sequenza dei fatti, così come compare nella versione ufficiale del governo algerino.

Inoltre le prime analisi dei reperti, a seguito dall’esumazione avvenuta nell’ottobre dello scorso anno alla presenza del giudice francese Marc Trévidic, fanno concludere che i monaci siano stati decapitati dopo la loro morte. Le tracce di terra e gli elementi botanici trovati sui crani non collimano infatti con quelli presenti nel cimitero del monastero, dunque i monaci sarebbero stati uccisi, sepolti e solo in seguito decapitati.

Sulle cause della morte non è invece possibile avanzare alcuna ipotesi in mancanza dei corpi, che non sono mai stati ritrovati. Tuttavia, come era già risultato evidente al momento dell’esumazione, l’assenza di colpi d’arma da fuoco sui crani dei monaci demolisce una delle tesi a suo tempo avanzate, quella dell’uccisione accidentale dei monaci da parte dell’esercito algerino nel corso di un attacco con elicotteri contro una cellula terroristica.

Il magistrato francese ha però chiarito che gli elementi in suo possesso consentono una precisione solo dell’80%, in mancanza degli esami dei prelievi rimasti nelle mani delle autorità algerine, che non hanno ancora voluto consegnarli alla giustizia francese.

In queste condizioni le due tesi sopravvissute – a) l’assassinio da parte dei terroristi del Gia; b) la manipolazione dei servizi segreti algerini che avrebbero ucciso i monaci per addossarne la responsabilità ai terroristi – sono destinate a contrapporsi ancora a lungo e ad alimentare il contenzioso e la polemica tra Francia e Algeria.

Alcuni commentatori algerini fanno notare che chi oggi sostiene ancora la tesi della responsabilità dei servizi algerini sono gli stessi che negli anni ’90 in Europa presentavano il terrorismo islamico come un’invenzione dell’esercito algerino per coprire i suoi crimini. Gli ultimi vent’anni hanno tragicamente dimostrato la falsità di questa supposizione, e l’enorme ritardo di certi ambienti europei a cogliere la realtà del terrorismo.

Nella foto in alto il cortile interno del convento di Tibhirine.