In attesa delle presidenziali
Ufficiale in Egitto il trionfo del Pdn, il partito del presidente Mubarak: 209 i seggi conquistati al primo turno per la Camera bassa. Nessuno ai Fratelli musulmani. Il 5 dicembre, il ballottaggio. Non solo le opposizioni, ma anche gli stessi Usa criticano il voto truccato.

La Commissione elettorale egiziana ha dunque confermato il trionfo al primo turno delle legislative del partito democratico nazionale (Pdn) dell’ottuagenario presidente Hosni Mubarak.

al-Akhbar, il giornale pubblico che ha annunciato la decisione della Commissione, ha affermato che 209 seggi sui 508 a disposizione, sono andati al Pdn, 7 a candidati indipendenti e 5 ai partiti di opposizione. Rimangono da assegnare 283 poltrone che saranno contese al ballottaggio, previsto al secondo turno del 5 dicembre. Annullati i risultati in quattro sedi.

 

La Commissione ha sottolineato di aver annullato la conta in più di mille urne. Ma che le irregolarità non hanno inficiato il risultato finale. Tanto che il governo parla di elezioni eque e corrette.
Ma il voto di domenica, a cui avrebbe partecipato il 10-15% del paese, è già stato definito da molti «il peggior momento degli ultimi 30 anni». Non solo per le vittime ai seggi, su cui c’è confusione, poiché sono state denunciate solo da fonti indipendenti (9 secondo alcuni, 6 per altri). Ma per l’azzeramento dell’opposizione ufficiale.

 

I Fratelli Musulmani – che nel 2005 avevano conquistato 88 parlamentari, circa un quinto dei seggi a disposizione all’epoca, e che al primo turno di domenica scorsa non ne hanno ottenuto alcuno – hanno gridato al complotto denunciando gravi irregolarità e brogli colossali. Chiedendo perfino che il voto venisse annullato.

 

E non solo Amnesty international e le altre opposizioni liberali egiziane hanno sostenuto con forza che il Pdn avrebbe truccato la competizione usando la violenza, ma gli stesso Stati uniti, da sempre sponsor economici di Mubarak, hanno alzato la manina dicendo le «notizie di irregolarità nelle elezioni parlamentari egiziane sollevano domande sulla “trasparenza ed equità” del processo elettorale».

 

Il portavoce del dipartimento di Stato Usa P.J. Crowley, da Washington, ha espresso tutta la delusione dell’amministrazione Obama per «le notizie che ci sono giunte, nelle quali si afferma che nel periodo pre-elettorale c’è stata di fatto l’interruzione della campagna elettorale per i candidati dell’opposizione con l’arresto di molti loro sostenitori, oltre alla negazione dell’accesso ai media di alcune voci di libertà». È perfino andato un più là dicendosi «sbigottito per le interferenze e per le intimidazioni avvenuto il giorno delle elezioni da parte delle forze dell’ordine».

 

Il dipartimento di Stato ha detto che la fiducia nel risultato delle elezioni ci sarà quando il governo assicurerà accesso “pieno e trasparente” a osservatori indipendenti. Cosa che non è avvenuta domenica scorsa.
In effetti il regime di Mubarak, il raìs al potere da 29 anni, ha condizionato molto l’esito del voto colpendo ogni forma di dissenso. Sono state respinte decine di candidature dei Fratelli musulmani; nei giorni che hanno preceduto il voto sono state arrestate 1.500 persone, molte delle quali legate al movimento islamico.

 

Al primo turno elettorale sono già state eliminate due personalità di spicco: il presidente del gruppo parlamentare, Saad Katatni e il portavoce della Fratellanza, Hamdi Hassan. «Il Pdn ha compiuto tutte le irregolarità per truccare le elezioni a suo vantaggio», ha affermato Hassan, che ha denunciato «la frode flagrante che ha caratterizzato lo scrutinio di domenica». «Non sarebbe stato per me un onore vincere in elezioni truccate», ha osservato, sottolineando che «le elezioni del 2005 sono state un caso eccezionale, perché per la prima volta i giudici controllavano tutto il processo elettorale, dalla A alla Z».

 

Ma le legislative sono solo un antipasto delle “presidenziali” che si dovrebbero tenere in autunno. Non è ancora chiaro se il faraone Mubarak si ricandiderà. O lascerà spazio al figlio Gamal, che attualmente riveste la carica di vice segretario del Pdn e presidente della Commissione delle politiche, influente organo di programmazione interno.

 

Di certo, a scompaginare il quadro c’è la figura di Mohamed El-Baradei, ex direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e premio nobel per la pace nel 2005. Lo scorso febbraio El-Baradei ha lanciato il Manifesto per il Cambiamento, che ha riunito intellettuali, attivisti e politici in un’associazione nazionale. Un passo, interpretato da molti, come la prima tappa di avvicinamento alla candidatura “presidenziale” di settembre.