L’editoriale su Nigrizia di gennaio 2011
La complessa situazione politica attuale in Africa e le prospettive per il 2011 nell’editoriale del numero di gennaio.

Continua a essere un bel rebus quello della qualità, della consistenza e dell’effettiva rappresentanza della classe politica africana, che ogni giorno è chiamata a fare scelte decisive per i singoli paesi. Per capirci, facciamo un paio di esempi.

 

Diamo conto anche in queste pagine, con un’analisi articolata, di ciò che sta accadendo in Costa d’Avorio. Succede che – dopo una transizione che va avanti dal 2007, nell’ambito di una fase d’instabilità lungo l’asse nord-sud che dura da un decennio – si arriva al voto per la scelta del presidente e dalle urne escono due presidenti e due governi. Alassane Ouattara, oppositore storico espresso dal nord musulmano del paese, è proclamato vincitore dalla Commissione elettorale e riconosciuto dalla comunità internazionale; Laurent Gbagbo, presidente uscente che controlla le forze armate e il sud del paese, trova il sostegno del Consiglio costituzionale, che ribalta il verdetto della Commissione elettorale e annulla l’esito del voto in alcune regioni del nord. Risultato: si torna alla contrapposizione, non c’è chiarezza intorno al voto espresso dai cittadini, si rischia addirittura il riaccendersi della guerra civile.

 

Spostiamoci in Africa Orientale. Anche qui, un confronto per  la presidenza, alla fine del 2007, vede di fronte il presidente uscente, Mwai Kibaki, e il leader dell’opposizione, Raila Odinga. Entrambi reclamano la vittoria (lo sconfitto è, in verità, Kibaki) e ciò innesca un confronto di piazza che provoca 1.500 morti. Si arriva, poi, a un governo di coalizione, con Kibaki presidente e Odinga primo ministro, ma in realtà si assiste a due anni di paralisi politica, appena mitigati dal parto di una nuova costituzione, approvata con un referendum, che però non pare indicare la via del rinnovamento.

 

Sarebbe facile affermare che in entrambi i paesi prevale ancora la logica del capo, del riferimento unico che non è previsto sia mitigato e controllato da un’effettiva opposizione: o c’è un leader, che magari si tiene a galla con la forza, o il quadro politico si frantuma. Ma sarebbe un’affermazione limitata e semplicistica. Proviamo, invece, a individuare un insieme di cause.

Innanzitutto, va colto che, sia nei due paesi presi ad esempio, sia in molti altri, chi fa politica non ha come riferimento il contesto nazionale; risponde, invece, all’etnia, al gruppo d’interesse, agli equilibri di un determinato territorio. Talvolta, la sovranità degli stati, in Africa, non coincide neppure con la volontà popolare, frutto più di un riconoscimento esterno che non di un consenso interno. È prassi (e convenienza) politica parlare – dopo che si è vinta una competizione elettorale – di “pacificazione nazionale”, ma quasi sempre mancano la volontà e gli strumenti per renderla effettiva.

 

Non dimentichiamo, poi, che i meccanismi, mutuati dall’Occidente, per costruire la rappresentanza politica rimangono non di rado un fatto formale, non assunto in profondità dalla cultura di un paese. La partecipazione al voto, insomma, ha accenti tiepidi, anche se talora confortati da grandi numeri, e la rappresentanza politica prende vie diverse da quelle parlamentari.

 

A ciò si aggiunga che i gruppi dirigenti sono fortemente autoreferenziali e – come del resto capita anche in Europa – tengono poco conto delle richieste che vengono dal basso. E qui è piuttosto palese che, anche in Africa, manca un raccordo tra società civile e politica. Ormai sono innumerevoli le associazioni e le realtà di base (anche ecclesiali) attive nei diversi territori: mostrano capacità di critica, ascoltano il popolo, lo organizzano, sono dedite ad attività di educazione e di promozione sociale, arrivano laddove le istituzioni nemmeno pensano di arrivare. Bene. Quando però si tratta di stare addosso alla politica per smuoverla, per provare a cambiarla, ecco che tutto questo mondo delle associazioni si rivela timido, oppure si spaventa di fronte alla reazione dell’establishment politico. Eppure, in molti hanno capito che, se si vogliono cambiare i connotati a un paese, non basta che ciascuno faccia il proprio compitino. La società civile deve innervare con forze proprie sane il terreno della politica.

 

Lungo questo 2011, tutti coloro che seguono le vicende africane devono tener in mente due interrogativi: come può una nazione fare riforme, ridimensionare la corruzione, orientare l’economia e ridistribuire la ricchezza, senza un disegno condiviso e unitario? E, nel frattempo, le logiche della globalizzazione – e le richieste incalzanti di Cina, India, Brasile, Iran, Usa… – dove condurranno l’Africa?

 





Acquista l’intera rivista in versione digitale