Al-Kantara – aprile 2016
Mostafa El Ayoubi

L’annuncio di Vladimir Putin, il 15 marzo scorso, della fine della missione militare in Siria ha sorpreso molti. I media mainstream, molto critici nei confronti dell’intervento russo, hanno bollato la mossa di Mosca come un suo disimpegno militare per presunte divergenze con il governo siriano e per evitare il ripetersi della catastrofica esperienza dei sovietici in Afghanistan, negli anni ’80.

Ma quali sono realmente i motivi che hanno portato il Cremlino a compiere questo passo inatteso, in un momento molto cruciale nella grave crisi siriana?

L’impegno diplomatico e anche militare – in varie forme – nella guerra in Siria, che dura da cinque anni, ha consentito alla Russia di diventare un attore importante negli equilibri geopolitici mondiali, che fino a qualche anno fa erano gestiti dagli Usa/Nato. Ha di fatto impedito, con il suo veto (e quello della Cina) all’Onu, un intervento militare in Siria, simile a quello con il quale la Nato ha distrutto la Libia. Tale impegno non è certamente disinteressato. Lo scopo di Mosca è difendere i suoi interessi, in particolare la base navale di Tartus, in Siria. L’intervento militare dei russi, iniziato anch’esso a sorpresa il 31 settembre scorso, era avvenuto in un momento in cui l’esercito arabo siriano era in grandi difficoltà: il gruppo Stato islamico (Is), il Fronte al-Nusra e altri gruppi jihadisti stavano guadagnando terreno. Il piano russo, che doveva durare tre mesi, aveva come obiettivi:

– impedire la caduta del governo di Damasco, alleato strategico di Mosca in Medio Oriente;

– proteggere le basi militari di Tartus e Khmeimim;

– rafforzare le capacità offensive dell’esercito siriano;

– colpire le basi di Is e le vie di transito del petrolio e di altri prodotti venduti attraverso la Turchia per finanziare la sua guerra contro la Siria. Lo scopo era indebolire il movimento e impedire la sua espansione verso la Russia, visto che diversi suoi militanti jihadisti sono russofoni.

Dopo sei mesi di intense operazioni militari, coordinate con l’esercito regolare siriano e con l’Iran, la situazione sul campo è mutata e gli obiettivi fissati dalla missione sono stati in gran parte raggiunti. L’improvviso ritiro è avvenuto in un momento in cui i gruppi jihadisti sono passati alla difensiva, perdendo terreno e capacità finanziarie, e l’esercito siriano e i suoi alleati hanno ripreso l’iniziativa liberando diverse zone strategiche.

In molti si sono chiesti il perché di quel ritiro proprio nel momento in cui i vari gruppi jihadisti erano in grandi difficoltà. Il cessate il fuoco, entrato in vigore il 26 febbraio scorso e promosso dalla Russia e dagli Usa, ha destato molte perplessità. Secondo diversi osservatori, potrebbe dare tempo ai jihadisti di riorganizzarsi con l’aiuto dei loro alleati diretti – Arabia Saudita, Qatar e Turchia –, che a loro volta sono strettamente legati agli stessi Usa.

Pare che questo rischio sia ben calcolato dal Cremlino. In effetti, il ritiro militare russo è solo parziale: le basi di Tartus e di Khmeimim sono rimaste operative e il sofisticato sistema di difesa S-400 è rimasto sul campo. All’occorrenza le operazioni militari contro i jihadisti possono riprendere nel giro di poco tempo. Pare, inoltre, che i russi siano fiduciosi nella capacità rinnovata dell’esercito siriano di riacquistare, senza il loro supporto diretto, i territori ancora in mano alle milizie jihadiste, come Idlib, Raqa e Tadmor (Palmira) e ciò rafforzerebbe la legittimità del governo siriano e del suo esercito.

Con il ritiro dalla Siria, la Russia ha lanciato un chiaro segnale alla comunità internazionale sulla sua intenzione di favorire una soluzione politica della guerra, che finora ha provocato la morte di oltre 200mila persone e l’allontanamento forzato di 11 milioni tra profughi e sfollati.

La Russia chiede l’applicazione della risoluzione Onu 2254, che prevede, appunto, una soluzione politica della crisi siriana. Ha dimostrato in varie occasioni di agire nel quadro del diritto internazionale. La mossa del ritiro ha spiazzato il clan atlantista guidato dagli Usa, il cui unico obiettivo rimane il cambio di regime a Damasco. Con la sua interazione con la crisi siriana, la Russia si è affermata come un determinante attore sulla scena geopolitica mediorientale, mentre gli Usa faticano a tenere a bada i sauditi, i turchi e i loro sicari jihadisti e a produrre, in vista delle prossime elezioni, una leadership – democratica o repubblicana – capace di usare la diplomazia al posto della forza.

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Sopra il presidente russo Vladimir Putin