Nel Golfo di Guinea
A São Tomé e Príncipe, il secondo turno delle presidenziali ha visto l’elezione del leader socialista che già governò, con il partito unico, dal 1975 al 1990. Che si ritrova con un paese da rimettere in piedi.

L’arcipelago di São Tomé e Príncipe, poco meno mille di km quadrati e 212mila abitanti nel Golfo di Guinea, ha scelto come nuovo presidente un uomo del passato. E che passato. I dati del secondo turno, tenutosi ieri, dicono che Manuel Pinto da Costa, l’uomo al potere dal 1975 al 1990, ha ottenuto il 52,88% dei suffragi contro il 47,12% di Evaristo Carvalho, presidente del parlamento. Ha votato il 74% dei 92mila aventi diritto.

Questi risultati, resi noti dalla Commissione elettorale, dovranno essere ratificati, entro qualche giorno, dalla Corte costituzionale. Se ciò avverrà, il 3 settembre, Manuel da Costa, 74 anni, sarà per cinque anni il presidente di questa ex colonia portoghese che dall’introduzione del multipartitismo (1990) ha collezionato una quindicina di crisi di governo. Il presidente uscente, Fradique de Menezes, eletto nel 2001 e nel 2006, aveva esaurito il numero dei mandati.

Manuel Pinto da Costa, che già si era candidato, senza fortuna, nel 1996 e nel 2001, ha incentrato la propria campagna elettorale sulla stabilità di governo e sulla lotta alla corruzione. Oggi, colui che è stato il leader indipendentista, a capo del movimento di ispirazione socialista – il Movimento per la liberazione di São Tomé e Príncipe – che ha affrancato il paese dal colonialismo portoghese e che è noto per il suo pugno di ferro, ha di fronte un quadro politico frammentato e un’economia claudicante, tanto che una buona parte del bilancio dello stato è alimentato dall’aiuto internazionale.

Da Costa, con tutta probabilità giocherà la partita petrolifera. Fonti economiche interne e osservatori internazionali ritengono che entro il 2014 il paese possa cominciare a sfruttare i propri giacimenti petroliferi, sui quali hanno già messo gli occhi Nigeria e Angola, ma anche Cina e Usa.