AL NUQTA – DICEMBRE 2019
Elena Balatti

Si è un po’ stemperata in Sud Sudan la tensione politica che ha preceduto il 12 novembre, legata al rischio di una ripresa delle ostilità fra i partiti che hanno firmato l’accordo di pace il 12 settembre 2018. La difficile formazione del governo di unità nazionale fra la parte legata al presidente Salva Kiir e quella legata al leader del maggior gruppo ribelle, Riek Machar, è stata rimandata di «100 giorni» attraverso complessi processi di mediazione che hanno incluso a distanza anche la voce delle Chiese.

Per la vita quotidiana della maggior parte dei cittadini sudsudanesi, compresi noi missionari e missionarie, ciò significa che per il momento non ci saranno combattimenti né, ci auguriamo, scaramucce. Ci si aspetta che almeno alcune delle questioni scottanti sul tappeto vengano risolte; in caso contrario, fra tre mesi si ripresenterà la stessa prospettiva di ritorno alla guerra.

Un soldato mi ha fatto recentemente capire quanto il paese ha bisogno di pace. Un mattino presto, un militare si è avvicinato al cancello del cortile antistante una piccola chiesa dove mi trovavo e ha chiesto di entrare. Voleva catturare un certo animale che aveva visto all’interno. Per rendere la richiesta più efficace, con uno stecchetto ha fatto a terra il disegno di una palla da cui uscivano quattro zampette. Alla fine ci siamo accordati che si trattava di un riccio. Ma quando siamo arrivati nel punto dove aveva visto il riccio, naturalmente l’animaletto non era più là, oppure si era nascosto sotto le foglie secche.

Il militare voleva mangiare il riccio! E mi ha spiegato che riceve uno stipendio mensile di 1.000 sterline sudsudanesi, l’equivalente di 3 euro. Mi sono stupita di una simile cifra perché, dall’uniforme che indossava, doveva appartenere al corpo scelto delle guardie presidenziali e quindi mi aspettavo fosse trattato meglio. Il soldato diceva che il costo di un sacco di sorgo, il cereale essenziale per la preparazione dei pasti in gran parte del Sud Sudan, è nove volte il suo salario. È chiaro che non riusciva a fornire alla sua famiglia il cibo necessario.

Quel giorno sia a colazione, a pranzo e a cena ho continuato a pensare a quel militare, assai magro, e al riccio… I soldati sono affamati, ma fino a che l’accordo di pace non viene messo in pratica nello spirito e nella lettera non ci può essere la smobilitazione delle migliaia di elementi in esubero, che vengono trattenuti in via precauzionale per essere mandati in prima linea nel caso riprendessero le ostilità.

La loro vita e quella delle loro famiglie rimane ostaggio della lotta di potere fra i gruppi politici ed etnico-politici. Nei libri di storia poi verranno ricordati, in bene e in male, i nomi di quei politici. Nessuno parlerà dei soldati semplici che cercano di sopravvivere alla bell’e meglio, di coloro che rimangono, secondo un’espressione piuttosto usata, “ai margini della storia”.

Frattanto, nelle chiese, continuano le preghiere per la pace. Alcuni dei fedeli dicono che sono stanchi di pregare per questa intenzione dopo averlo fatto per così tanto tempo senza vedere grossi risultati. In realtà, una preghiera per la pace non manca praticamente mai la domenica. La gente continua a sperare, e noi con loro.

Governo di unità nazionale
Il varo di un nuovo esecutivo, previsto dall’accordo di pace a maggio, è stato poi rinviato al 12 novembre scorso. A quella data, una nuova dilazione di 100 giorni è stata decisa e dunque si arriverà a febbraio. Il segretario di stato Usa per gli affari africani, Tibor Nagy, non ha nascosto la delusione dell’amministrazione americana per questo ennesimo rinvio. Anche papa Francesco, che l’11 aprile aveva ricevuto in Vaticano i contendenti sudsudanesi, aveva incoraggiato le parti a trovare un accordo. Nel 2017, il papa aveva deciso una visita in Sud Sudan ma poi aveva dovuto desistere per ragioni di sicurezza.