GIUFÀ – NOVEMBRE 2018
Gad Lerner

Dunque, non avevamo le allucinazioni l’estate del 2015 quando ci fu dato di vedere migliaia di cittadini di Monaco di Baviera circondare la stazione ferroviaria per dare un affettuoso benvenuto in Germania alle famiglie in fuga dalla guerra di Siria, e perfino gli ultras del Bayern esposero all’Allianz Arena lo striscione Welcome refugees.

Fu un evento eccezionale: in un solo anno si calcola che la Repubblica federale tedesca assorbì un flusso di quasi un milione di profughi. Tre anni dopo, sia pure fra mille difficoltà e vivendo una inevitabile fase di declino, chi si era intestata quella scelta di accoglienza – cioè la cancelliera Angela Merkel – è ancora a capo del governo di Berlino.

Riconosciamo senz’altro che i tedeschi favorevoli a questa linea solidaristica fossero allora, e restano oggi, una minoranza. Diciamo pure un quarto della popolazione, o poco più. Ma le elezioni in Baviera dell’ottobre scorso hanno certificato che il partito dei Verdi, con lo slogan «Dare coraggio, invece, che creare paura», ha raddoppiato i voti sfiorando il 18% dei consensi. Ai quali dobbiamo sommare il consenso pro-migranti di altre due forze politiche (sconfitte) come la Spd e la Linke.

Naturalmente il successo dei Verdi è dovuto anche ad altri fattori, ma resta il fatto che opporsi alla xenofobia dilagante non li ha per nulla danneggiati, semmai avvantaggiati. E che hanno surclassato l’estrema destra di Afd, protagonista mediatica della campagna elettorale.

Mi guardo bene dal trarre conseguenze trionfalistiche dall’esito delle elezioni in Baviera, che ci consentono, però, di ricordare un dato di fatto spesso offuscato dal clima dominante: anche il nazionalismo xenofobo resta fenomeno di minoranza, per quanto agguerrito ideologicamente e compatto politicamente, nella maggior parte dei paesi europei.

Perfino in Italia, dove i sondaggi mostrano una Lega che dilaga fino a trasformarsi in partito di maggioranza relativa, tendiamo a dimenticare che il 4 marzo scorso il partito di Salvini si era fermato al terzo posto col 17,8% dei voti, dietro a un Pd in piena crisi. È stato l’ammutolirsi delle forze d’opposizione, la loro sottomissione culturale alimentata dall’opportunismo corrivo dei principali mass media, a spianare il campo alla successiva offensiva egemonica del leghismo xenofobo.

Succede sempre così nell’arena del dibattito pubblico: una minoranza combattiva riesce a conquistare il centro della scena a raggiungere posizioni di governo facendo leva sullo sconcerto e sulla timidezza degli avversari.

Può darsi che il successo dei Verdi in Baviera non si traduca in risultati politici significativi, e non arresta di certo l’offensiva continentale del nazionalismo xenofobo. Ma ci ricorda che mantenere integri i propri ideali ugualitari e solidaristici, anche quando la propaganda dell’odio li addita come impopolari, è il requisito minimo su cui può fondarsi la controffensiva della politica democratica.

Elezioni in Baviera
Le urne del 14 ottobre hanno provocato un terremoto in Baviera, dove i cristiano-sociali di Horst Seehofer hanno perso la maggioranza assoluta, crollando al 37,3%. Sfondano i Verdi, che diventano con il 17,5% la seconda forza del Land, mentre è drammatico il tonfo per i socialdemocratici, crollati dal 20,6% del 2013 al 9,7% di oggi. Anche nel sud della Germania, infine, avanza l’ultradestra, con l’ingresso nel parlamento regionale di Alternative fuer Deutschland, che conquista le due cifre (il 10,7%) ma non i risultati clamorosi attesi.