Primo ritiro dalla Cpi
Venerdì 21 ottobre, la televisione nazionale sudafricana ha annunciato che una lettera era stata inviata all’Onu comunicando il ritiro del Sudafrica dalla Corte penale internazionale. Il Paese rischia di essere il primo di una lunga serie di Stati africani che contestano l’imparzialità del tribunale dell’Aja.

«Il Sudafrica è giunto alla conclusione che i suoi obblighi nei confronti della risoluzione pacifica dei conflitti erano a volte incompatibili con l’interpretazione data dalla Corte penale internazionale», è scritto nella lettera della ministra degli esteri sudafricana, Maite Nkoana-Mashabane (nella foto). Il Sudafrica dunque, e non è proprio una bella notizia, rischia di diventare il primo paese africano a ritirarsi dalla Corte penale internazionale (Cpi). Addirittura prima del Burundi, il cui parlamento ha sì approvato il ritiro dalla Corte – approvato e controfirmato dal presidente Pierre Nkurunziza -, ma senza notificarlo ufficialmente, ancora, all’Onu.

La decisione sudafricana viene dalle critiche mosse a Pretoria per non aver eseguito il mandato di arresto nei confronti del presidente sudanese Omar Hassan el-Bashir, accusato di genocidio e di crimini di guerra. Il Sudafrica era in teoria tenuto ad impedire che il presidente sudanese mettesse piede nel paese, o ad arrestarlo se vi fosse arrivato. Nel giugno 2015, el-Bashir era venuto al vertice dell’Unione Africana a Johannesburg e poi aveva precipitosamente lasciato il Sudafrica a dispetto della decisione di un tribunale di Pretoria che gli impediva di abbandonare il territorio. Per ritirarsi dal trattato di Roma che ha istituito la Cpi, un paese deve informarne il Segretario generale dell’Onu e il ritiro prende effetto ufficialmente un anno dopo.

Attiva dal luglio 2002 e composta di 124 stati membri, la Cpi è la prima giurisdizione che ha competenza internazionale permanente per giudicare i casi di crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio. Ma sono molti i paesi africani che rimproverano alla Cpi di “perseguitare” soltanto personalità e politici del continente.

Lo scorso gennaio, durante un vertice dell’Unione africana, i capi di Stato avevano adottato una proposta del Kenya (il cui presidente Uhuru Kenyatta ha avuto a che fare con la Cpi), di elaborare un piano per il ritiro dal Tribunale dei 34 paesi del continente, firmatari del trattato di Roma.

Come non ricordare allora, le parole di Desmond Tutu, arcivescovo anglicano e premio Nobel per la Pace nel 1984 per il suo ruolo nella lotta anti-apartheid in Sudafrica, scritte in un editoriale sul New York Times un paio di anni fa, e che esprimono una posizione durissima nei confronti dei leader africani che vogliono abbandonare la giurisdizione del tribunale: «Quei leader che cercano di aggirare la Corte, sono alla ricerca di una licenza di uccidere, mutilare e opprimere il proprio popolo senza conseguenze. Credono che gli interessi della popolazione non debbano ostacolare le loro ambizioni di ricchezza e potere; che essere oggetto dell’azione della Corte penale internazionale interferisca con la loro capacità di raggiungere queste ambizioni; e che coloro che si trovano sulla loro strada – le vittime, i loro popoli – debbano rimanere senza volto e senza voce».

Intanto, oltre al Burundi, anche il Gambia del dittatore sanguinario Yahya Jammeh, ha annunciato l’intenzione di lasciare la Corte. La storia dirà.