I movimenti nel Corno d'Africa
La chiusura della frontiera con l’Eritrea. Gli attriti con l’Egitto. L’alleanza con l’Etiopia. I rapporti non chiari con le potenze del Golfo anche nella guerra nello Yemen. Khartoum sta giocando una nuova partita nello scacchiere africano.

Pochissimi giorni dopo il richiamo dell’ambasciatore al Cairo, ufficialmente per consultazioni sulla situazione nel triangolo di Halaib, sul Mar Rosso, conteso tra i due paesi, il Sudan ha chiuso la frontiera con l’Eritrea, schierando miliziani delle Rapid support force, Rsp, pesantemente armati, ufficialmente per contrastare un possibile aumento del flusso di migranti irregolari che da molti anni passano il confine a centinaia, in alcuni periodi a migliaia, ogni mese tra la città eritrea di Tessenei e quella sudanese di Kassala. Le notizie si fanno di giorno in giorno più preoccupanti. Secondo l’agenzia di stampa ufficiale sudanese Suna ora nella zona si sarebbero attivate anche le Popular defence force, Pdf, ritenute l’ala militare del National congress party, Ncp, il partito del presidente Omar El-Bashir, al potere dal 1989 dopo un colpo di stato orchestrato dal Movimento islamico, la sezione sudanese della Fratellanza musulmana, guidato dall’ideologo dell’islam politico Hasan al-Turabi, recentemente scomparso. Le Pdf – milizie di punta nella guerra civile con il sud, che ha portato all’indipendenza del Sud Sudan – starebbero preparando una mobilitazione popolare con il supporto delle autorità locali. Sembra davvero troppo per contrastare un aumento del flusso di migranti. L’obiettivo, inoltre, sarebbe perseguito in un modo troppo pericoloso per la stabilità di un’area dove i profughi eritrei sono presenti a centinaia di migliaia fin dagli anni settanta del secolo scorso.

Le dichiarazioni ufficiali coprono evidentemente ben altro: un repentino aumento di tensioni che da tempo si stavano addensando nella zona in due settori di enorme importanza: l’uso delle acque del Nilo e il confronto tra le due alleanze regionali che già si scontrano in Medioriente, quella che fa riferimento al progetto politico della Fratellanza musulmana – Sudan, Turchia, Qatar e il movimento palestinese Hamas, con supporti russi e iraniani – e quella guidata dall’Arabia Saudita di cui fanno parte, tra gli altri, l’Egitto e l’Eritrea, che vanta più solidi supporti occidentali.

Diversi sono stati i catalizzatori delle tensioni odierne.

 

Tensioni sulla Grande Diga

Un importante elemento di frizione è sicuramente il confronto su posizioni sempre più rigide sull’impatto della Gerd, (Great Ethiopian Renaissance Dam) la grande diga in avanzato stadio di costruzione in Etiopia sul corso del Nilo Azzurro. L’Egitto che teme di perdere il diritto all’uso di una notevole quantità di acqua, garantito da trattati internazionali controversi, si aspettava forse un appoggio dal Sudan, che pure si trova a valle dell’infrastruttura e dovrà fare i conti con una riduzione dell’acqua disponibile per il suo sviluppo. Ma Khartoum si è schierata in modo sempre più netto con Addis Abeba, ufficialmente in cambio di facilitazioni sull’acquisizione dell’energia idroelettrica prodotta dall’impianto. Ma è chiaro ormai che questa mossa ha anche una valenza nelle relazioni politiche regionali più complessive. Non può essere un caso che proprio in questi giorni il capo di stato maggiore dell’esercito sudanese abbia incontrato ad Addis Abeba il primo ministro etiopico. I due, secondo i comunicati ufficiali, hanno parlato della situazione regionale, anche alla luce degli accordi dello scorso aprile in cui i due paesi si impegnano a difendere il vicino, nel caso venga attaccato.

Riflessi guerra in Yemen

Ma alla crisi per l’uso di una risorsa strategica come l’acqua si è sommata quella che sta insanguinando il Medioriente, di cui, da tempo, si osservava la diffusione anche sulle coste africane del Mar Rosso. La guerra in Yemen ha imposto anche ai paesi del Corno d’Africa e dintorni di schierarsi. All’inizio Egitto, Eritrea e, a sorpresa, Sudan, si sono uniti alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita, mandando anche uomini sul terreno del conflitto. L’Eritrea ha concesso basi militari nel vicinanze del porto di Assab sia agli Emirati arabi uniti sia all’Arabia Saudita, circostanza che ha ovviamente impensierito l’Etiopia, sempre attenta a tutto quanto si muove nel paese confinante, percepito come il fomentatore di gran parte della sua instabilità interna.

Nella zona era da tempo molto attiva la presenza turca, anche per ragioni storiche. L’impero ottomano aveva una solida presenza sulle coste africane del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano e, dunque, la politica turca non sarebbe sostanzialmente diversa da quella degli altri paesi ex coloniali nell’Africa di oggi, se non fosse per il progetto di espansione dell’islam politico cui è orientata. Finanziamenti nel settore dell’educazione sono rilevanti in diversi paesi dell’area e soprattutto in Somalia, dove sono attive anche importanti basi per il training dell’esercito. Attorno a Natale il presidente Erdogan ha visitato ufficialmente il Sudan, appena dopo la visita del presidente sudanese a Mosca e il rafforzamento delle relazioni tra i due paesi, e con ogni probabilità non si è trattato di un caso. La visita è stata definita come storica dalla stampa dei due paesi. Il risultato è la concessione di una base militare nell’antico porto ottomano di Suakin, ora usato soprattutto per il movimento dei pellegrini verso la Mecca, in posizione strategica rispetto alle coste dell’Arabia Saudita. La mossa avrebbe fatto salire ulteriormente la tensione anche con l’Egitto, in cui i Fratelli musulmani sono percepiti come il nemico dal governo del presidente al-Sisi.

 

Il presunto incontro

La risposta non si è fatta attendere. In Eritrea, a quanto pare alla scuola militare di Sawa, nei primi giorni dell’anno si sarebbe tenuto un summit tra l’Eritrea, gli Emirati arabi uniti e l’Egitto alla presenza anche di alcuni movimenti di opposizione armata sudanesi. Secondo alcune fonti, ci sarebbe anche la presenza di istruttori e consiglieri militari egiziani nel paese. Il governo eritreo nega decisamente, e per una volta, anche le fonti dell’opposizione si dicono d’accordo, almeno per ora. Analisti esperti dell’area fanno notare che l’origine delle notizie sarebbe il Middle East Monitor, conosciuto anche con l’acronimo Memo, con sede a Londra, nella Crown House, che, secondo un’inchiesta del giornale inglese Daily Telegraph, ospiterebbe altre 25 organizzazioni legate alla Fratellanza musulmana, e si configurerebbe come l’hub europeo del movimento. Le notizie sarebbero, poi, state riprese ed amplificate da Al Jazeera, la televisione del Qatar, autorevole e molto seguita non solo nell’area.

Sono le notizie relative a questa riunione e alla supposta presenza militare egiziana ad aver determinato la chiusura della frontiera, lo schieramento delle forze di sicurezza e la mobilitazione popolare sudanese sul confine con l’Eritrea. Dunque, le tensioni attuali potrebbero essere fomentate da informazioni false, o almeno non del tutto veritiere. Ma il nostro tempo ci ha purtroppo insegnato che molti dei conflitti che devastano il mondo sono stati preceduti da una guerra dell’informazione. E l’aria che circola nel Corno d’Africa in questo periodo si presta egregiamente a essere infiammata. Una prima evoluzione della situazione potrebbe essere l’uscita del Sudan dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita nel conflitto yemenita. Anche se il presidente sudanese, all’inizio del 2018, ha smentito ufficialmente questa eventualità. Forse per tranquillizzare gli alleati. Le prossime settimane testimonieranno tuttavia come si muoverà Khartoum nello scacchiere mediorientale.  

Nella foto: Miliziani sudanesi della Rapid support force