Al-Kantara – Maggio 2014

La Turchia da ormai 12 anni è amministrata dal Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp), di matrice islamica. Recep Tayyib Erdogan, il leader dell’Akp, è primo ministro dal 2003; il suo governo ha, inizialmente, fatto della crescita economica un suo obiettivo cardine ed era riuscito a migliorare la situazione socio-economica del paese. La discreta prosperità economica e l’uscita di scena definitiva dei militari dalla vita politica hanno consentito alla Turchia di costruirsi una propria credibilità e diventare una potenza regionale.

Forte del successo interno, della popolarità raggiunta presso il mondo islamico e del sostegno dei suoi partner Usa/Nato, Erdogan, negli ultimi anni, sembra fantasticare sulla rifondazione dell’impero ottomano. L’occasione di trasformare la fantasia in realtà si è presentata all’inizio del 2011, quando sono crollate le prime dittature arabo-musulmane. L’indebolimento dell’Egitto e l’arrivo al potere dei “cugini” Fratelli musulmani (Fm), in concomitanza con il progetto delle potenze occidentali di rimodellare il “Grande Medio Oriente” su base etnica e religiosa, hanno alimentato la “creatività” del premier turco.

Ma a distanza di più di 3 anni dalla cosiddetta “primavera araba”, il sogno di Erdogan si sta trasformando in un incubo. La sua popolarità interna è calata a causa degli scandali di corruzione del suo entourage e della repressione delle manifestazioni di piazza Taksim. Inoltre i Fm, suoi alleati, circa un anno fa hanno perso il potere in Egitto.

Tuttavia, l’incubo maggiore per Erdogan oggi è la Siria. La Turchia ha sin dall’inizio partecipato in prima linea al progetto di instaurare un regime filo occidentale a Damasco.

In un recente articolo apparso sul London Review of Books, il giornalista premio Pulitzer, Seymour Hersh, ha confermato il coinvolgimento dei turchi nella guerra per procura contro la Siria. All’inizio del 2012 la Turchia, ha affermato Hersh, aveva partecipato assieme agli Usa (e all’Arabia Saudita e al Qatar) alla creazione del Rat Line, una via occulta per fornire, attraverso la frontiera turca, armi libiche ai jihadisti. Secondo Hersh, l’attentato contro l’ambasciatore Usa a Bengasi nel settembre 2012 aveva un legame con l’operazione Rat Line. È stato un effetto collaterale!

L’articolo sopracitato conferma il fatto che l’attacco con le armi chimiche ad Al Gota nell’agosto 2013 è stato opera del Fronte Al-Nusra. Sostiene inoltre che i servizi segreti turchi (Mit) avevano favorito quell’operazione il cui scopo era quello di creare un casus belli per un intervento militare Usa/Nato contro al Assad. Ed era a quello che i sauditi e i turchi volevano arrivare, invano!

La delusione di Erdogan lo ha spinto a una fuga in avanti. In un’intercettazione diffusa su Youtube il 27 marzo scorso, il capo del Mit parlava con il ministro degli esteri turco dell’ipotesi di escogitare un attacco, sotto falsa bandiera, contro l’enclave turca in territorio siriano – dove è situato il mausoleo del nonno del fondatore dell’impero ottomano – e creare quindi il pretesto per intervenire militarmente in Siria, trascinando anche la Nato. Ma la fuga di notizie ha mandato all’aria il piano. In seguito i social network sono stati bloccati per qualche giorno, in concomitanza con le elezioni amministrative “vinte” dall’Akp di Erdogan.

Non riuscendo a scatenare la guerra della Nato contro al Assad, la Turchia continua a sostenere quella dei jihadisti attraverso i suoi confini con la Siria. Il 21 marzo scorso Al-Nusra ha invaso Kassab, un villaggio siriano a maggioranza armena cattolica. L’operazione è stata sostenuta dall’artiglieria turca, la quale ha abbattuto un caccia siriano che tentava di respingere l’attacco della guerriglia jihadista. Il salafita saudita Abdullah Mhesne, presente durante l’operazione, ha scritto in un suo tweet: «Abbiamo distrutto i loro crocifissi, le loro bottiglie di vino e le loro carni di maiale».

Ora Erdogan, attraverso i terroristi di Al-Qaida, se la prende anche con gli armeni, quelli sfuggiti al genocidio perpetrato dai turchi un secolo fa. Fin dove si spingerà ancora per realizzare il suo “incubo” da sultano?

Sta tentando di estendere il potere regionale della Turchia. Per questo appoggia gli jihadisti in Siria e i Fratelli musulmani in Egitto. E cerca di condizionare i progetti occidentali. Ma la partita è complicata.