Parlano le ragazze di Chibok
Si chiamano Marta, Mary, Grace e Glory, hanno tra i 17 e i 19 anni e sono state fortunate, perché sono riuscite a sfuggire all’attacco di Boko Haram, il movimento jihadista che più di due anni e mezzo fa rapì oltre 200 loro compagne nel collegio femminile di Chibok. Da Yola, il loro racconto di quella notte.

E’ notte, la notte del 14 aprile 2014 e a Chibok, una città del nord est della Nigeria, nello stato di Borno, nulla sembra turbare il silenzio e l’oscurità africana. Le strade sono avvolte dal buio, dalle abitazioni non esce alcun rumore e nel collegio femminile della città le studentesse sono già nelle loro stanze. Alcune dormono, altre con delle torce invece stanno approfittando delle ore della sera per studiare. Ma è una quiete satura di timore, perché lo stato di Borno è la roccaforte di Boko Haram e la setta jihadista sta conquistando di giorno in giorno gran parte del territorio del nordest.

L’incubo della jihad è concreto, la vita trascorre in margine alla paura. Improvvisa ecco infatti che la quiete della notte viene interrotta. Si ode il rumore di pick up e di moto, e oltre al motore che rimbomba nelle strade della città, iniziano a sentirsi, prima indistinti e poi sempre più chiari, i crepitii dei colpi dei fucili kalashnikov. Il convoglio di fuoristrada, con a bordo miliziani dal volto coperto, viaggia in direzione del collegio. Raggiunto l’istituto, uomini in divisa e in abiti civili che urlano ‘Allah u Akbar’ e sparano colpi in aria, fanno irruzione nelle stanze e nelle aule. 276 studentesse vengono rapite dai ribelli islamisti e l’episodio, per la sua atrocità e crudeltà sconvolge il mondo.

Boko Haram ha rapito le alunne della scuola di Chibok, i quotidiani di tutto il pianeta all’indomani dell’accaduto pubblicano la notizia dell’azione della setta di Abubakar Shekau, Michelle Obama si mobilita lanciando lo slogan #BringBackOurGirls, e oggi, a 32 mesi di distanza da quel tragico avvenimento non si sa ancora nulla della sorte di 219 ragazze, poiché alcune sono state liberate tra maggio ed ottobre ed altre sono riuscite a fuggire. Alcune di queste ora sono ospiti e studentesse dell’American University of Yola. Ed è proprio all’interno della libreria dell’ateneo che incontro Marta, Mary, Grace e Glory, hanno dai 17 ai 19 anni e sono quattro ragazze che la notte dell’assalto alla scuola sono riuscite a scappare.

”Era notte, quando improvvisamente abbiamo sentito delle urla e degli spari. All’inizio non capivamo cosa stesse accadendo. C’erano uomini armati che dicevano di essere dell’esercito e che erano venuti a proteggerci e a metterci in salvo. Alcuni indossavano delle divise, altri erano in abiti civili e altri ancora avevano il volto coperto. Abbiamo iniziato a insospettirci, a non credere che fossero militari, poi quando hanno incominciato a urlare ‘Allah u Akbar’, non abbiamo più avuto dubbi, si trattava dei guerriglieri di Boko Haram”. E’ Marta a parlare, la più grande del gruppo, che nel rievocare i momenti di terrore aggiunge: ”A quel punto, pervase dalla paura e spinte dall’istinto, senza riflettere, ci siamo nascoste e poi siamo riuscite a fuggire”.

Le ragazze oggi studiano in uno degli atenei più all’avanguardia del paese, sognano un futuro da medici e avvocati, ma nonostante abbiano iniziato una nuova vita, il ricordo di ciò che è successo rimane vivido in loro. E tutte e quattro le studentesse infatti aggiungono: ”Noi non smettiamo di pensare alle nostre ex compagne. Non sappiamo come stanno, che fanno, dove sono, non sappiamo nulla di loro e questo non ci dà pace. Noi sappiamo che verranno liberate un giorno e che le riabbracceremo”. Poi si fermano, un attimo di silenzio, e si correggono: ”Noi speriamo che vengano liberate, non abbiamo certezze”. Domando loro cosa vorrebbero chiedere a questi uomini se avessero la possibilità di fare una domanda a qualcuno di loro: ”Perché! Questo vorremmo chiedere. Perché uccidono? Perché ammazzano uomini, donne e bambini? Perché fanno questa guerra contro gli innocenti?”

Infine, prima di congedarmi dalle quattro alunne chiedo loro se siano in grado di perdonare i miliziani di Boko Haram. E Marta, Mary, Grace e Glory senza la minima esitazione mi rispondono: ”Certo, noi siamo cristiane e Dio ci insegna a perdonare. Se vogliamo una Nigeria nuova, lontana dalla violenza e dal terrorismo, allora dobbiamo essere noi in primis capaci di perdonare anche chi ha commesso una brutalità di questo tipo”.

 

Per approfondire puoi leggere il dossier di Nigrizia: Boko Haram, l’istruzione armata