Armi, Conflitti e Terrorismo Benin Burkina Faso Costa d'Avorio Ghana Senegal Togo
Respinto un primo attacco a novembre
Il terrorismo jihadista minaccia il Togo
Concreto il rischio di una penetrazione di cellule attive in Burkina Faso dopo che le brigate del Gruppo per il sostegno all’islam e a i musulmani hanno mostrato la volontà di estendere il loro raggio d’azione anche lungo i confini degli stati costieri dell’Africa occidentale
26 Novembre 2021
Articolo di Marco Cochi
Tempo di lettura 6 minuti
Terrorismo

Dalla tarda serata del 9 novembre, anche il Togo è entrato a far parte degli Stati dell’Africa occidentale ad aver subito attacchi terroristici di matrice jihadista nel suo territorio. L’attentato è avvenuto nella cittadina di Sanloaga, che fa parte della prefettura di Kpendjal, nella regione di Savane, lungo il confine settentrionale con il Burkina Faso. 

L’attacco, iniziato dal lato del confine del Burkina Faso, non ha provocato vittime ed è stato respinto dalle forze di sicurezza dell’Operazione Koundjoare, avviata tre anni fa nella regione dall’esercito togolese. 

Accreditati analisti locali ritengono che l’azione sia stata eseguita da elementi armati appartenenti al Gruppo per il sostegno all’islam e a i musulmani (Gsim/Jnim), che riunisce i gruppi affiliati ad al-Qaida attivi nel Sahel.

Inoltre, la prossimità del confine togolese dalle principali aree operative del Gsim intorno alla frontiera del Mali con Burkina Faso e Niger, implica anche che l’attacco del 9 novembre sia stato effettuato da miliziani affiliati ad Ansaroul Islam. Il gruppo è attivo in Burkina Faso dal dicembre 2016, quando è stato fondato dal defunto Malam Ibrahim Dicko, fedelissimo di Amadou Kouffa, il capo riconosciuto dl Fronte di liberazione della Macina, che nel marzo 2017 è confluito nel Gsim.

Questo potrebbe anche spiegare perché il fallito attacco in Togo non è stato rivendicato dal cartello di al-Qaida nel Sahel. Dopo l’attentato, le autorità togolesi si sono impegnate a sviluppare una strategia, non solo militare, per prevenire altri attacchi terroristici. Il portavoce del governo togolese, Akodah Ayewouadan, ha spiegato di voler investire in progetti di sviluppo a favore della popolazione locale, soprattutto quella più vulnerabile. Un criterio che tiene conto del contesto sociale, per ridurre le possibilità di reclutamento da parte dei gruppi terroristici attivi nella regione di confine.

Il Togo ritiene che uno dei motivi per cui è avvenuto l’attacco terroristico sia riconducibile all’assenza delle forze di sicurezza burkinabé dall’altra parte del confine. Fortunatamente, i militari togolesi erano già preparati per respingere eventuali attacchi, mentre lo scorso febbraio, il presidente del Togo, Faure Gnassingbé, si era recato nell’estremo nord del paese per passare in rassegna tre contingenti di truppe al confine con Ghana, Benin e Burkina Faso.

L’attentato in Togo non preannuncia necessariamente un’intensificazione dell’attività jihadista nel paese. Tuttavia, un sanguinoso attacco sferrato dal Gsim lo scorso 14 novembre contro un posto di polizia militare vicino alla miniera d’oro di Inata, nella provincia di Soum, nel nord del Burkina Faso, oltre ad aver provocato la morte di 49 soldati e 4 civili e annientato l’ennesimo avamposto di confine burkinabé, ha alimentato anche le preoccupazioni togolesi per la mancata protezione dei confini meridionali con il Burkina Faso. 

Di conseguenza, le truppe del Togo dovranno affinare le loro capacità di respingere attacchi futuri, soprattutto se le brigate del Gsim provenienti dal Burkina Faso coltiveranno l’intenzione di agire ancora nel paese.

L’episodio conferma inoltre la tendenza per cui negli ultimi anni le brigate del Gsim hanno mostrato la volontà di estendere il loro raggio d’azione anche lungo i confini degli stati costieri dell’Africa occidentale: Benin, Costa d’Avorio, Senegal e Ghana.

In Benin, il 9 febbraio 2020, gli islamisti hanno già attaccato una stazione di polizia a Kérémou, nel comune di Banikoara, vicino al confine con il Burkina Faso. Sempre in Benin, il primo maggio 2019, durante un safari nel parco nazionale di Pendjari, vicino al confine con il Burkina Faso, sono stati rapiti due turisti francesi e uccisa la loro guida locale.

Sebbene i due turisti siano stati salvati nove giorni dopo in Burkina Faso, due soldati francesi dell’operazione Barkhane sono rimasti uccisi durante l’irruzione nel covo dei rapitori, che si preparavano a farli passare di nascosto attraverso il Mali. 

All’inizio di febbraio, il capo dell’intelligence francese Bernard Emie ha dichiarato pubblicamente che «i principali gruppi jihadisti nel Sahel hanno intenzione di espandersi in Benin e Costa d’Avorio». In quest’ultimo paese, dallo scorso marzo si sono registrati quattro attentati terroristici, l’ultimo dei quali risale allo scorso 13 giugno, quando nella regione nord-orientale di Tèhini, vicino al confine con il Burkina Faso, gli estremisti islamici hanno attaccato un veicolo militare uccidendo due soldati e un gendarme.

Mentre il primo attacco jihadista di quest’anno in Costa d’Avorio era avvenuto nella città di Kafolo, dove circa 60 terroristi pesantemente armati, hanno attaccato un avamposto militare uccidendo 2 soldati e ferendo 4 membri delle forze di sicurezza. L’avamposto di Kafolo era già stato colpito l’11 giugno dello scorso anno, in un attacco che aveva provocato la morte di 14 soldati e il ferimento di altri 6.

Dopo l’episodio, peraltro mai rivendicato ma attribuito a militanti legati al Fronte di liberazione del Macina, le autorità ivoriane hanno arrestato decine di jihadisti e creato una zona militare speciale, nel nord del paese, al confine con il Burkina Faso.

Non sono rassicuranti nemmeno le notizie legate al Senegal, dove sempre all’inizio di febbraio, le autorità locali hanno arrestato quattro presunti membri di una cellula jihadista presente nella cittadina di Kidira, nella regione di Tambacounda, a ridosso del confine con l’ovest del Mali.

Inoltre, un rapporto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite pubblicato lo scorso 3 febbraio, ha affermato che elementi del Gsim, appartenenti alla Katiba Macina, grazie al sostegno di attivisti islamisti radicali locali si erano infiltrati in diverse parti del Senegal settentrionale, orientale e centrale per supportare operazioni future.

La vulnerabilità del Senegal è cresciuta in modo significativo in seguito al consolidamento della presenza della Katiba Macina nel Mali occidentale attraverso il reclutamento locale. Il numero di attacchi jihadisti è in aumento nelle vicinanze della capitale regionale Kayes, che dista meno di cento chilometri dal confine senegalese, mentre nell’agosto 2020 l’operazione francese Barkhane aveva aggiunto Kayes alla sua “zona rossa”.

In questo allarmante scenario, c’è solo un paese che finora è stato quasi completamente risparmiato dagli attacchi delle milizie islamiste: il Ghana. La nazione dell’Africa occidentale negli ultimi cinque anni, ha registrato solo due azioni terroristiche, in cui sono rimaste ferite tre persone e non si sono registrate vittime.

A rendere il Ghana quasi immune dal rischio di attentati terroristici hanno certamente contribuito la buona qualità della governance, il ruolo attivo della società civile e dei media ghaneani nell’affrontare le questioni che possono alimentare il radicalismo a livello locale, oltre a un sistema di sicurezza solido, elaborato e decentralizzato.

Il Ghana, inoltre, mostra tolleranza religiosa, come testimoniano i numerosi matrimoni misti tra cristiani e musulmani, e il dialogo aperto tra i leader religiosi. Tutti costrutti positivi che hanno favorito la prevenzione dell’estremismo violento e l’importazione di terroristi nel paese.

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