Algeria
Nel maggio del 1996 vennero ritrovati i resti dei 7 trappisti del monastero di Tibhirine in Algeria, che erano stati rapiti due mesi prima. Una vicenda, che a vent’anni di distanza non cessa di indurre una riflessione sul sangue dei "martiri moderni" e sull'essere cristiani in un paese musulmano.

A vent’anni di distanza non solo la memoria dell’uccisione dei sette monaci del monastero trappista di Notre-Dame de l’Atlas a Tibhirine in Algeria rimane ancora viva, ma l’eredità che hanno lasciato sembra diventare sempre più importante con il trascorrere del tempo. Vent’anni fa Médi 1, la radio franco-marocchina che emette da Tangeri, dava lettura del comunicato del Gruppo Islamico Armato (Gia) che annunciava che i sette monaci erano stati uccisi il 21 maggio. Erano stati rapiti nella notte tra il 26 e il 27 marzo e la loro vicenda aveva suscitato un vivo interesse che la loro morte ha progressivamente amplificato. 

Sacrificio atteso
Proprio in questi anni in cui il confronto con l’islam ha suscitato l’interrogativo se sia possibile essere cristiani in un paese musulmano, l’esempio di Tibhirine ha lasciato forse l’eredità più preziosa a questo proposito. Alcuni ricordano certo il perdono “preventivo” che Christian de Chergé, il priore di Nostra Signora dell’Atlante a Tibhirine aveva scritto due anni prima di morire al suo eventuale assassino, “l’amico dell’ultima ora”, e “l’ad-Dio” datogli presso “il Padre di entrambi”. Era la cifra della fratellanza che si era stabilita tra i monaci e la comunità musulmana che circonda il monastero. E questo aspetto è stato sottolineato da papa Francesco nella sua prefazione ad un libro appena uscito in Francia “gli assassini non hanno tolto loro la vita: l’avevano donata prima”.

20 anni dopo
L’aspetto più sorprendente è ciò che è accaduto in questi vent’anni. Il monastero, malgrado gli sforzi della Chiesa algerina, non è più stato abitato in maniera stabile da una comunità religiosa. Il padre Jean-Marie Lassausse, “il giardiniere” di Tibhirine continua ad assicurare la presenza cristiana, a coltivare il terreno con il contributo degli operari algerini. Ma il luogo è oggetto di un pellegrinaggio cristiano ricorrente, malgrado gli ostacoli frapposti dalle autorità algerine ai viaggi, “per ragioni di sicurezza”.
L’aspetto sconosciuto è che, non solo gli intellettuali algerini seguitano a tributare un omaggio all’esperienza dei monaci trappisti, ma anche persone comuni vogliono visitare il monastero. Del resto altri luoghi di culto cristiani, come Nostra Signora di Algeri, frequentata soprattutto da donne che vanno ad accendere i ceri a Mariem (la Madonna), sono visitati dai musulmani. Forse non è un caso che alla vigilia dell’anniversario del martirio dei monaci si sia concluso a Mostaganem, nell’est dell’Algeria, il primo congresso mondiale del sufismo per creare un’istanza internazionale in grado di combattere il falso pensiero dell’islam veicolato dal fondamentalismo.

Ancora ombre
Ad offuscare questa eredità rimane in piedi la vicenda giudiziaria portata avanti da alcuni familiari dei monaci per scoprire la verità. Rifiutano la versione ufficiale sulla responsabilità dei terroristi fondamentalisti, e insistono su quella sulle forze di sicurezza algerine. Secondo questa tesi ci sarebbe stata una manipolazione dei servizi segreti algerini che avrebbero ucciso i monaci per addossarne poi la responsabilità ai terroristi. Questa tesi è stata messa in causa dallo stesso avvocato dei familiari che, dopo l’esumazione delle teste dei monaci (che è tutto ciò che i loro assassini hanno fatto ritrovare dopo l’annuncio della loro morte), ha evidenziato l’assenza di colpi d’arma da fuoco che avrebbero potuto avvalorarla. L’inchiesta aperta in Francia prosegue il suo corso; le reticenze della autorità algerine non sono certo d’aiuto a scacciare quei sospetti che pure dichiarano di voler allontanare.