NON SONO RAZZISTA MA – GIUGNO 2017
Marco Aime

Il calcio, direbbe Marcel Mauss, è un “fatto sociale totale”, una chiave di lettura della società. E ancora di più lo è il mondo del tifo calcistico: il tifo esprime un sentimento campanilistico, che lega una squadra a una città, il campo però mostra come oggi la società sia sempre più meticcia e multietnica. Tifare contro l’avversario è una pratica purtroppo in voga da tempo e cori e striscioni che insultano l’avversario non sono una novità, ma da quando sui nostri campi giocano calciatori dalla pelle nera, gli episodi di razzismo sono dilagati.

Uno degli ultimi casi è quello di Cagliari-Pescara del 30 aprile. Il calciatore ghaneano del Pescara Sulley Muntari è uscito dal campo dopo aver litigato con l’arbitro e con alcuni tifosi che lo avevano insultato con cori e frasi razzisti. Nei cori razzisti, iniziati già nel primo tempo, era coinvolto anche un bambino, a cui Muntari aveva poi regalato la sua maglietta in segno di amicizia e per provare a spiegargli che quello che stava facendo era sbagliato. I cori razzisti però sono continuati.

L’arbitro decide di ammonire Muntari, perché i calciatori non devono interagire con il pubblico. Lui gli ricorda che il regolamento prevede che la partita sia interrotta in caso di episodi di razzismo e abbandona il campo. Ammonito di nuovo: cartellino rosso (la squalifica verrà poi annullata).

Quante volte abbiamo assistito a episodi simili, senza che il regolamento venisse applicato? The show must go on e il circo miliardario del calcio non po’ essere interrotto da inezie come il rispetto della dignità umana. Ma di chi è la colpa? Di quei (pochi) tifosi idioti che insultano un uomo per il colore della sua pelle o dei tanti altri, che si voltano dall’altra parte? Che dire poi degli altri calciatori, che erano lì in campo accanto a Muntari e che hanno finto di non avere sentito niente? E l’arbitro? Zelante nell’applicare il regolamento sul dialogo con i tifosi, ma assolutamente impermeabile a cori e striscioni per poi arrivare, al colmo del grottesco, a punire la vittima. Poi inizia il balletto delle istituzioni sportive, che tendono a minimizzare, a ridurre tutto a episodi: eppure è dagli episodi che nascono le tragedie.

Fino a quando tutti non si prenderanno le proprie responsabilità, tutto questo non avrà fine.

Sulley Muntari

Non è un novellino degli stadi. 32 anni, ha giocato in Italia anche con Udinese, Inter, Milan e conta 84 presenze nella nazionale del suo paese. Sui fatti che lo hanno coinvolto ha detto: «L’arbitro non ha avuto il coraggio di fermare la partita. Bastava fermare il gioco un solo secondo, perché quel secondo fa tanta differenza».