A rischio anche i datori di lavoro
Dopo mesi di totale discrezionalità delle Questure, il Ministero dell’Interno interviene con una circolare chiarendo che non saranno accettate le domande di regolarizzazione presentate da chi ha ricevuto una condanna, anche non definitiva, per non aver ottemperato ad un precedente ordine di espulsione. A rischio oltre ai lavoratori stranieri, anche i datori di lavoro.

Quasi 300 mila domande di cui circa 100 mila presentate a pochi giorni dal termine. A sei mesi dal termine per la presentazione delle domande di regolarizzazione di colf e badanti, una circolare, diramata dal Ministero dell’Interno lo scorso 17 marzo, rimescola le carte in tavola.
Dopo che per mesi le Questure di tutta Italia hanno interpretato più o meno restrittivamente le norme della sanatoria, il Viminale ci mette una toppa, chiarendo: la condanna, anche con sentenza non definitiva, per il reato ascritto di «violazione dell’ordine di allontanamento impartito dal Questore», costituisce un motivo ostativo all’accoglimento della domanda di regolarizzazione.

In pratica: chi ha avuto la sfortuna di essere stato “beccato” una seconda volta, dopo aver ricevuto l’ordine di espulsione, non potrà usufruire della sanatoria. La circolare, a firma del Capo della Polizia Antonio Manganelli, si spinge, poi, a mettere in discussione pure chi, il nulla osta dello Sportello Unico, lo ha ottenuto. Scrive infatti: «(in questo caso) si procederà all’archiviazione dell’istanza di rilascio del titolo di soggiorno ed ai necessari aggiornamenti dei sistemi informativi in uso, in quanto istanza presentata da soggetto non avente titolo».

Le conseguenze sono evidenti. Visto che si tratta di un’autodenuncia, tutte le sospensive stabilite dalla sanatoria decadono, vale il reato di clandestinità (che è stato introdotto nell’agosto 2009) e il cittadino straniero viene espulso, in alcuni casi senza neanche avere il tempo di presentare ricorso.
Neanche il datore di lavoro, però, se la passerà tanto bene. Dovrà rispondere del fatto di aver impiegato un lavoratore in nero e, quel che è peggio, senza documenti di soggiorno.

«Il datore di lavoro, al pari del lavoratore si è autodenunciato. – spiega Guido Savio, avvocato dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione – Automaticamente se la sanatoria non va a buon fine si applica l’art. 22 del Testo Unico sull’Immigrazione che stabilisce pene da 6 mesi a tre anni di reclusione per chi impiega stranieri irregolari e 5 mila euro di multa. Senza contare poi le sanzioni contributive e dell’Inps».

Un’alternativa è, tuttavia, possibile secondo Savio. La circolare del Viminale costituisce infatti un’interpretazione restrittiva della legge di sanatoria e potrebbe essere impugnata presso i Tribunali Amministrativi. Per il momento, però, le organizzazioni sindacali non hanno ancora rilevato una tendenza di dimensioni significative, anche se rimangono ancora migliaia di pratiche da esaminare.

(L’intervista a Guido Savio, avvocato dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, è stata estratta dal programma radiofonico Focus)