COMBONIANI 150 ANNI – DOSSIER OTTOBRE 2017

Nel mutare dei tempi e delle circostanze, il fratello comboniano mantiene alcune caratteristiche di fondo: vicinanza agli ultimi, professionalità e creatività nel lavoro. E l’impegno per la trasformazione sociale è la sfida di oggi.

Il contributo dei fratelli comboniani (consacrati alla missione, ma non sacerdoti) nella storia dell’istituto si modifica con l’evolversi della missione lungo il corso degli ultimi 150 anni. Al tempo di Comboni, i fratelli erano numerosi quanto i preti e svolgevano un ruolo di pionieri nella fondazione delle stazioni missionarie. Le loro abilità pratiche e conoscenze tecniche erano indispensabili anche per curare la logistica in territori ancora sconosciuti, con un clima estremo e condizioni di vita proibitive. Comboni riteneva che i fratelli artigiani giovassero al ministero missionario più dei sacerdoti, in quanto le popolazioni africane venivano a contatto facilmente con i fratelli, i quali attraverso questa condivisione di vita potevano comunicare il vangelo più efficacemente. Questo è il cuore della vocazione del fratello secondo Comboni: la vicinanza alla gente, lo stare assieme in solidarietà e fraternità, e testimoniare Gesù con la vita, il lavoro e la parola.

Al periodo pionieristico ha fatto seguito il bisogno di fondare una Chiesa in cui gli africani fossero i protagonisti della missione. Questo significava aiutare la gente a crescere e a ottenere migliori condizioni di vita attraverso l’istruzione, sviluppando mestieri e attività per il bene sociale. I fratelli si sono quindi spesi nella costruzione di scuole e centri di assistenza medica, oltre che in progetti per la sovranità alimentare e per la promozione di arti e mestieri. Con le indipendenze dal colonialismo europeo e le spinte per uno sviluppo umano integrale, il fratello si è trovato ad affrontare una doppia sfida: professionalizzare sempre più il proprio servizio e coltivare la tensione verso una società più giusta, riconciliata, che promuove la pace.

I cambiamenti epocali richiedono un continuo riposizionamento dei missionari e del loro servizio di evangelizzazione, ma alcune caratteristiche essenziali rimangono immutate nonostante la varietà di servizi per l’evangelizzazione. Per esempio, mi ha sempre colpito l’etica e l’estetica del lavoro nella storia dei fratelli comboniani. Venendo dagli studi di architettura, mi impressionava il loro lavoro di costruzione, con mezzi esigui, in situazioni precarie, senza poter contare su personale specializzato e su materiali di alta qualità. Avevano, però, creatività e soprattutto stavano con le persone, con le comunità con le quali costruivano, formando artigiani e sistemi produttivi. Hanno dato così vita a opere corali, guidate con ingegno, maestria e fede. Dei fratelli che ho conosciuto, mi ha colpito la gioia del vangelo che li animava, la consapevolezza di appartenere a una missione più grande di loro e il senso di gratitudine per aver potuto contribuirvi con tutta la propria vita.

Dunque le loro opere sono significative non tanto per la forma o lo “stile” quanto perché lasciano trasparire la bellezza dell’incontro, del cammino condiviso con la comunità locale, della solidarietà e della fraternità.

 

Condivisione

Ho avuto la fortuna di partecipare in prima persona a un processo di condivisione a Kariobangi (Nairobi), in una missione in cui la gente si stava interrogando sul significato del giubileo del 2000. Mi era stato chiesto di accompagnare un processo comunitario per discernere cosa la comunità cristiana fosse chiamata a intraprendere per vivere il giubileo. Abbiamo condotto prima un’analisi sociale sulla realtà locale che ha portato a identificare nei bambini abbandonati che vivevano sulle strade il gruppo più bisognoso con cui lavorare. Non si trattava di fare un progetto, ma di trasformare la relazione tra questi bambini e la comunità, coinvolgendoci tutti nella loro cura.

Ogni piccola comunità cristiana (gruppi di vicinato, allora ce n’erano 76 nella missione) andò a incontrare i bambini sulle strade, a parlare con loro, ad ascoltarli, a cercare di capire come vivevano e come si sentivano, e individuare i loro bisogni e aspirazioni. Da quell’esercizio nacque la proposta di…

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Nella foto: bambini di strada accolti in un centro della diocesi di Embu (Kenya).