L'epidemia mortale in Africa
Nei tre paesi sferzati e messi in ginocchio dall'epidemia sono le donne coloro che stanno pagando il prezzo più alto. In Liberia il 75% del totale di coloro che sono stati contagiati o sono morti per il virus erano donne. In Guinea e Sierra Leone il 60%. Perché? Sono loro le deputate alle mansioni più rischiose, come la cura e l'assistenza dei malati.

L’epidemia di Ebola ancora in corso in Africa occidentale è la più mortale, ampia e complessa da quando il virus è stato scoperto nel 1976. Guinea, Liberia e Sierra Leone sono stati i paesi più colpiti. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, dall’inizio dell’anno il virus ha infettato quasi novemila persone in Africa occidentale, uccidendone quattromila. Numeri che però potrebbero dover essere corretti al rialzo se, come sostiene il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie degli Stati Uniti, l’epidemia è stata sottostimata di due volte e mezzo: questo significherebbe che i morti sarebbero più di ottomila e almeno ventimila le persone infette.

Una delle cause della sottostima sarebbe la difficoltà nel raccogliere statistiche in contesti rurali, dove le cure vengono fornite a livello familiare senza passare dai centri medici dedicati, e l’inumazione dei corpi avviene fuori dal controllo delle autorità mediche. L’epidemia ha infatti rafforzato la tradizionale disparità sociale ed economica tra città e campagna. Le comunità rurali, più povere, sono anche le più colpite. E, disparità nella disparità, sono le donne a farne maggiormente le spese. Julia Duncan-Cassell, il ministro della Liberia per le Pari opportunità, ha dichiarato che il 75% di coloro che sono stati infettati o uccisi da Ebola erano donne. Perché?

La Liberia ha una popolazione femminile pari al 51% del totale, la maggiore esposizione alla malattia non si deve quindi a ragioni demografiche ma va ricercata nella società che vede le donne tradizionalmente deputate alla cura e all’assistenza dei malati sia in ambito professionale (il numero di infermiere donne è maggiore rispetto a quello degli uomini) sia in ambito familiare. «Le donne sono quelle che si occupano degli altri, se il bambino si ammala gli si dice “vai dalla mamma”; se il marito o il padre hanno bisogno di cure, è la donna a occuparsene; se una donna ha bisogno di assistenza, è la sorella, l’amica, la figlia o la madre che se ne occupano», ha dichiarato il ministro Duncan Cassel che ha proseguito affermando che «questo vale soprattutto in Africa dove il ruolo della donna è tradizionalmente legato alle attività di cura. Ma non solo: sono le donne che attraversano il confine tra Guinea e Sierra Leone per andare al mercato settimanale, a vendere o comprare prodotti. Sono le donne a dover lavare i corpi dei defunti. Per svolgere questi compiti mettono se stesse in pericolo e questo non si può ignorare».

In Sierra Leone la situazione non è diversa, il 60% delle persone infette sono donne, stessa percentuale della Guinea dove è diffusa la credenza che le donne siano meno soggette ad ammalarsi di ebola, una buona scusa per delegare a loro i lavori più rischiosi. A sfavore delle donne gioca il minore livello di educazione e di accesso al lavoro, specialmente nelle campagne. La maggiore mortalità femminile a causa dell’ebola ha gravi ricadute sociali: sono le donne che si occupano dei commerci locali, che aderiscono a programmi di microcredito, che si dedicano all’agricoltura di sostentamento. I prezzi dei cereali e del cibo in generale, e quindi la sicurezza alimentare di quelle popolazioni, è messa in serio pericolo dall’eccesso di mortalità femminile.

Nell’Africa occidentale, specialmente in Liberia e Sierra Leone, è poi diffusa la pratica delle escissioni genitali femminili. Una pratica che, oltre alle ricadute che normalmente comporta sulla salute della donna, è anche veicolo dell’infezione. Per la prima volta il governo liberiano è intervenuto in materia imponendo la sospensione di tali pratiche durante l’epidemia di ebola. Si tratta di un’iniziativa importante poiché le escissioni genitali femminili si legano a riti di iniziazione che, nella società liberiana, sono ritenuti un tabù su cui nemmeno lo stato può interferire. La rottura di questo tabù è l’unica nota positiva nella grave situazione che le donne dell’Africa occidentale si trovano a vivere.

Nella foto in alto una donna reagisce e piange mentre altre volontarie portano via il corpo di un’altra vittima dell’epidemia di ebola a Waterloo in Sierra Leone. (Fonte: Florian Plaucheur/AFP/Getty)
Nella foto sopra a Monrovia (Liberia) una donna piange assieme alle sue parenti la morte di suo marito, anche lui vittima di ebola. (Fonte: Zoom Dosso/Afp/Getty Images)