Mentre la pandemia disarma i bilanci dello stato e inaridisce i portafogli dei più, c’è un mondo che lussureggia gonfiandosi di dobloni. È quello militare. L’ultima analisi dell’International institute for strategic studies (Iiss), un think tank britannico tra le massime autorità mondiali sui temi politico-militari, rivela che a fronte di una contrazione del 3,5% della produzione economica globale nel 2020, c’è stato un aumento del 3,9% in termini reali della spesa mondiale per la difesa. In proporzione al Pil, si è passati dall’1,85% del 2019, al 2,08% nel 2020.

E per Deloitte, tra le prime società al mondo di consulenza e servizi, la spesa globale per i programmi di difesa crescerà ulteriormente di 2,8% nel 2021, poiché i paesi continueranno «a costruire le loro capacità militari in risposta alle crescenti tensioni geopolitiche legate alla pandemia».

Un segnale chiaro in questa direzione arriva dall’alleanza atlantica della Nato e dai suoi bilanci. Il 2021 rappresenterà il 7° anno consecutivo di aumento della spesa militare da parte dei paesi europei, che l’hanno accresciuta di 190 miliardi di dollari rispetto al 2014.

Se sono tempi spinati per gli investimenti in sanità e istruzione e di cinghie ulteriormente strette per gli impoveriti, i mercati militari si confermano uno stonato registratore di logiche predatorie e ciniche.

Analisi Iiss
Secondo l’istituto di ricerca britannico, la spesa globale per la difesa ha raggiunto i mille e 830 miliardi di dollari nel 2020 (cifra più bassa rispetto a quella proposta dal Sipri).
L’aumento dei budget militari statunitense e cinese ha rappresentato quasi i due terzi della crescita totale della spesa nel 2020: il bilancio Usa è aumentato del 6,3% in termini reali, mentre la crescita della Cina ha rallentato leggermente, scendendo dal 5,9% del 2019 al 5,2% dello scorso anno.

La frenata sia di Pechino sia di altri paesi della regione orientale ha comportato che la crescita in Asia si è fermata al 4,3% nel 2020, rispetto al 4,6% del 2019. Nonostante ciò, la quota della regione sul totale della spesa per la difesa globale ha raggiunto il 25%, rispetto al 17,8% del 2010 e al 23,2% del 2015.

In stallo la spesa militare in Medioriente e Nordafrica
La spesa per la difesa in Medioriente e Nordafrica, in linea con l’andamento del petrolio, nel 2020 si è contratta per il terzo anno consecutivo, scendendo a 150 miliardi di dollari (escluse le spese per la sicurezza) e la sua quota di spesa per la difesa globale è scesa all’8,9%, da un picco del 10,5% raggiunto nel 2017. Questo nonostante la regione destini alla produzione economica della difesa una percentuale del Pil, il 5,2%, che rappresenta più del doppio rispetto alla media globale che è del 2,08%.

La crescita europea
Per Washington la crescita nel 2021 sarà sostanzialmente piatta, mentre potrebbe essere l’Europa ad avere l’aumento più rapido. Molto dipenderà dal costo economico finale della pandemia e dalle inevitabili misure fiscali che i governi dovranno adottare una volta che la crisi si sarà attenuata.

Ma l’impegno dei principali mercati europei della difesa – Francia, Germania, Italia e Regno Unito – a continuare ad aumentare i bilanci della difesa nel 2021  segnala l’intenzione di evitare i tagli drastici che sono stati attuati dopo la crisi finanziaria del 2007-08. Il Regno Unito ha annunciato, nel novembre 2020, di voler aggiungere 16,5 miliardi di sterline (21,1 miliardi di dollari) all’accordo sulla difesa per il periodo 2021-25. Nel frattempo, Francia e Germania hanno continuato con i piani finanziari militari esistenti per il 2021, dopo aver promulgato programmi di investimento consistenti nel 2020 per sostenere le industrie nazionali della difesa.

E il ministro della difesa italiano Lorenzo Guerini, all’incontro Nato del 17-18 febbraio, ha confermato l’impegno di Roma ad aumentare la spesa militare (in termini reali) da 26 a 36 miliardi di euro annui, aggiungendo agli stanziamenti della difesa quelli destinati ai fini militari dal ministero dell’economia e della finanza.

E come ci ricorda Manlio Dinucci sul Manifesto del 23 febbraio scorso, «l’Italia si è impegnata a destinare almeno il 20% della spesa militare all’acquisto di nuovi armamenti all’interno della Nato. Per questo, appena entrato in carica, il 19 febbraio Guerini ha firmato un nuovo accordo con 13 paesi dell’Alleanza atlantica più Finlandia, denominato Air Battle Decisive Munition, per l’acquisto congiunto di “missili, razzi e bombe che hanno un effetto decisivo in battaglia aerea”».

La supremazia militare vale anche in tempo di coronavirus.