Rapporto Fondazione Leone Moressa
Presentato a Roma il Rapporto 2018 sull’economia dell’immigrazione della Fondazione Leone Moressa. Numeri, tendenze e prospettive di un fenomeno a cui l’Italia e l’Europa non possono più voltare le spalle.

Un paese che invecchia, che vede trasferirsi all’estero sempre più giovani, in cui le nascite sono al livello minimo dal 1861 e che ha bisogno di politiche nuove per integrare in modo più strutturato gli immigrati nel proprio sistema socio-economico. È questa la fotografia dell’Italia scattata nel Rapporto 2018 sull’economia dell’immigrazione Prospettive di integrazione in un’Italia che invecchia, presentato oggi dalla Fondazione Leone Moressa a Roma, Palazzo Chigi.  

La forza del dossier, realizzato dalla Fondazione con il contribuito della CGIA di Mestre e con il patrocinio dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, sono ovviamente i dati dai quali emerge una verità difficilmente controvertibile: solo riconoscendo una dignità e un valore agli immigrati che arrivano nel nostro paese, instradandoli verso l’accesso regolare al mercato del lavoro, l’Italia potrà sopravvivere al lungo “inverno demografico” che ha di fronte, come lo ha definito la relatrice del rapporto, Chiara Tronchin. 

I numeri, d’altronde, parlano chiaro. Secondo le previsioni riportate nello studio, nel 2050 la popolazione anziana in Italia crescerà del 47%. Al contrario, giovani e adulti di età compresa tra 15 e 64 anni diminuiranno del 18%. Guardare agli immigrati non come a “invasori” ma come a una risorsa su cui investire è una strada obbligata. Oggi in Italia gli stranieri regolari sono 5 milioni, l’8,5% della popolazione nazionale. Di questi, 2,4 milioni lavorano. Svolgono per lo più mansioni poco qualificate e poco retribuite, il che significa che non scippano alcuna opportunità agli italiani.

Producono un valore aggiunto pari a 131 miliardi (l’8,7% del valore aggiunto nazionale), dichiarano 27,2 miliardi di euro, versano 3,3 miliardi di euro di IRPEF e contributi pari a 11,9 miliardi di euro, partecipano al Pil con una fetta pari a quasi il 9%. Di questi stranieri, 691mila (il 9,2%) hanno deciso di mettersi in affari avviando principalmente delle piccole imprese. Quest’ultimo è un dato importante, come sottolineato da Cesare Fumagalli, segretario generale di Confartigianato, “che deve spingerci a considerare il fenomeno migratorio come un evento positivo e non come una minaccia”.

“Eppure la paura nei confronti degli stranieri continua a crescere nel nostro paese”, ha sottolineato in apertura dei lavori Luigi Manconi, coordinatore dell’UNAR, l’Ufficio per la promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni fondate sulla razza o sull’origine etnica. “I dati contenuti nel rapporto della Fondazione Moressa dimostrano invece che c’è una forte divaricazione tra la realtà dell’immigrazione in Italia e la percezione che si ha di questo fenomeno. Siamo di fronte a un fallimento del pensiero razionale, ed è soprattutto in una fase come questa che economia e demografia devono costituire un paradigma di analisi centrale per fornire strumenti di intervento che conducano nella direzione della conquista di una forma di convivenza all’interno della nostra società”.

Nel corso del convegno si è parlato molto anche di Africa e delle migliaia di africani che lasciano il loro continente per tentare la disperata traversata del Mediterraneo. “È la rotta migratoria più pericolosa al mondo – ha confermato il direttore di OIM Federico Soda – sono state 1.200 le persone scomparse nel 2018. Attraversare il Mediterraneo è una delle poche scelte che rimane a queste persone. Nel caso della Libia, si tratta di vere e proprie fughe da un paese dove si patiscono violenze di ogni tipo. Per molte di loro l’Italia non è la destinazione al momento della partenza ma lo diventa durante la loro permanenza.

Per quelli che restano è fondamentale accelerare i tempi per il riconoscimento del loro status. Ad oggi nei nostri centri di accoglienza ci sono infatti circa 150 mila persone, la permanenza media è di oltre un anno, ci sono costi sociali ed economici altissimi. Ma queste attese tradiscono anche le aspettative dei migranti, fanno anche sì che non abbiano fiducia nei nostri percorsi di integrazione. I ricongiungimenti famigliari non bastano, servono altri canali legali per invertire questa tendenza e contrastare in modo deciso i trafficanti e le organizzazioni criminali che hanno in pugno le traversate”.

Luigi Maria Vignali, direttore generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie della Farnesina, ha posto l’attenzione sulle rimesse che gli africani emigrati in Europa fanno arrivare nei loro paesi d’origine (66 miliardi di euro l’anno) e sul ruolo che le diaspore possono svolgere anche in Italia per individuare sia percorsi di formazione professionale per chi arriva nel nostro paese, sia le competenze di cui l’Africa ha bisogno per il proprio sviluppo. “Il modello da perseguire – ha spiegato – è quello della migrazione circolare per consentire a chi è venuto nel nostro paese di poter ritornare nella sua terra arricchito di competenze professionali. La fuga di cervelli può e deve diventare uno scambio di cervelli”.

Il direttore del Censis Massimiliano Valeri ha evidenziato le differenze tra i modelli di integrazione in paesi come la Francia, dove le zone di concentrazione di stranieri sono diventate fucine di disagio sociale, rancore e terroristi, e quello italiano dove invece, complici anche i numeri nettamente inferiori, gli immigrati ambiscono a entrare a far parte del ceto medio del paese. “Ma serve una programmazione di lunga durata – ha evidenziato – per far sì che l’Italia non continui ad attrarre solo migranti privi di istruzione. Gli stranieri non comunitari laureati che vivono in Italia sono l’11%, nel Regno Unito si va oltre il 50,6%. Se questi numeri non cambiano le distanze tra italiani e stranieri rimarranno accentuate e difficilmente assisteremo a un processo equilibrato di integrazione”. Di diverso parere Tatiana Esposito, direttore generale dell’Immigrazione e delle Politiche di Integrazione della Farnesina, secondo la quale in Italia gli stranieri qualificati e laureati ci sono. “Solo dei lavoratori extra UE occupati nel 2017 – ha spiegato – il 47,5% aveva una laurea STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics). I titoli ci sono, il problema è valorizzarli all’interno del nostro sistema produttivo”.

Sulla necessità di varare piani di integrazione di più lunga durata hanno trovato un punto di conversione le conclusioni del convegno. Resta da aggiungere un dato, contenuto nel Rapporto della Fondazione Leone Moressa, per avere un quadro di come l’Europa dovrebbe gestire il fenomeno dell’immigrazione nei prossimi decenni. “Se confrontiamo la situazione dei paesi africani con quella dell’UE – si legge nel dossier – comprendiamo che le migrazioni non si esauriranno nel giro di pochi anni: da un lato, l’Africa registra una crescita demografica tale per cui nel 2050 raggiungerà i 2,5 miliardi di abitanti, contro i 500 mila dell’UE. Parallelamente, il Pil dell’Africa sub-sahariana è un decimo di quello europeo, e gli Aiuti pubblici dei paesi ricchi incidono pochissimo a livello economico”. Al Vecchio Continente e all’Italia la scelta: quando decideranno di guardare oltre il Mediterraneo?