Da Nigrizia di dicembre: gli africani in Italia
Dai dossier statistici, come quello di Caritas/Migrantes, emerge una figura di straniero lontano dagli stereotipi spacciati dai venditori di paura. Gli africani vivono prevalentemente al nord, guadagnano più di altri stranieri, non tolgono lavoro agli italiani e i loro figli sono inseriti in massa nella scuola dell’infanzia. La migrazione favorisce lo sviluppo del nostro paese.

Gli africani in Italia sono poco meno di 900mila, sui 4,3 milioni di stranieri presenti nel Belpaese. Il 69,2% arriva dal nord del continente, e quasi la metà (45,7%) appartiene alla comunità marocchina. Vivono prevalentemente nell’Italia nord-occidentale (41,6%). Rappresentano il 18% della popolazione attiva e lavorativa straniera, che ha ormai raggiunto quota 2 milioni di persone. Impiegati prevalentemente nei servizi (49,1%) e nell’industria (41,7%), i dipendenti africani hanno una retribuzione netta mensile (979 euro) superiore a quella media (962 euro) degli altri lavoratori stranieri. Mandano nei loro paesi d’origine circa un miliardo di euro di rimesse ogni anno (6,4 miliardi, il dato complessivo delle rimesse nel 2008) ed è il Senegal il paese, dopo il Marocco, che ha ricevuto più denaro dall’Italia (quasi 263 milioni di euro). Gli africani sono anche gli stranieri più prolifici (nel decennio 1999-2007 i nuovi nati sono stati più di 135mila) e i loro bambini rappresentano più del 30,5% degli alunni stranieri presenti nelle scuole dell’infanzia. La scuola, dunque, sarà un forte motore d’integrazione.

 

Certo, con i numeri si può impastare la torta che si preferisce. Ma questi flash, estrapolati dalle principali ricerche (Dossier Statistico 2009 di Caritas/Migrantes; il rapporto della Banca d’Italia; gli studi della Fondazione Leone Moresca…) uscite in questi ultimi mesi, evitano, almeno, di far riempire la bocca di parole superflue ai soliti spacciatori di demagogia politica o agli esperti di marketing ideologico.

 

Non per addolcire la pillola. O per nascondere il percorso doloroso di chi emigra. O per banalizzare la difficoltà a metabolizzare il fenomeno per chi si vede arrivare queste persone nell’orticello di casa. Lo sappiamo: l’immigrazione non è un valzer per signorine. Ma serve, almeno, un briciolo di ribellione alla costante esibizione di sciocchezze vendute quotidianamente. Due delle vulgate più diffuse, ad esempio, sono l’equazione migrante=delinquente e la convinzione che lo straniero porta via lavoro all’autoctono.

 

Nessuno nega che, in termini assoluti, ai migranti è attribuita una quantità elevata di reati. Negli ultimi 5 anni le denunce che li riguardano sono aumentate del 45,9% e i detenuti africani rappresentano il 51,7% del totale degli stranieri. Ma uno studio di Caritas/Migrantes e Redattore Sociale (La criminalità degli immigrati: dati, interpretazioni e pregiudizi) ricorda che, se si toglie al monte reati il 30% legato a illeciti connessi con l’immigrazione irregolare (mancanza di permesso, di passaporto, di residenza e così via), il quadro non si fa poi così drammatico.

 

Sul fronte occupazionale, è la stessa Bankitalia a sfatare falsi miti. Nella sua ultima relazione per il 2008, via Nazionale afferma che i migranti aumentano le opportunità di un’occupazione più qualificata per gli indigeni e spingono le donne a entrare nel mondo del lavoro.

 

Una tesi confermata, a livello globale, anche dal recente Rapporto mondiale sullo sviluppo umano 2009, scritto dai tecnici dell’Onu. In esso si afferma, appunto, che l’immigrazione crea più occupazione lavorativa nei paesi ospitanti, non genera disoccupazione per i “nativi” e migliora gli indici d’investimento nei nuovi business. Il rapporto si chiude affermando che «la migrazione può essere un punto a favore dello sviluppo e può contribuire in maniera significativa per questo».

 

L’impatto, talvolta traumatico, con il nuovo che si affianca alle nostre vite non deve, quindi, spaventare. Va gestito. Non contrastato. Ricordando che la povertà non ha passaporto.

 


 


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