A Roma, presso l’Ambasciata britannica
Esponenti del governo e ambasciatori europei si sono incontrati ieri, a Roma, nel corso di un seminario presso l’Ambasciata britannica, per discutere le politiche migratorie adottate dai paesi Ue e confrontarsi con l’associazionismo.

Conciliare i flussi migratori e tutelare i diritti umani è uno dei problemi più spinosi del nostro tempo. Il tema è stato approfondito ieri in un seminario sull’immigrazione nell’area mediterranea, organizzato dall’Ambasciata britannica, a Roma. Esponenti del governo italiano e ambasciatori europei si sono confrontati sulle esperienze dei rispettivi paesi, ascoltando anche la voce di chi lavora sul campo, come l’Agenzia Onu per i Rifugiati (Unhcr) o la Caritas.
«La cooperazione tra l’Europa ed i paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo», ha commentato Francesco Marsico, vice direttore della Caritas italiana, «è oggi più che mai irrinunciabile. Gli sforzi che devono essere fatti, soprattutto a livello comunitario, devono mirare alla promozione di politiche complessive e non solo fermarsi al drammatico problema dell’accoglienza».

L’insoddisfazione nei confronti delle politiche dell’Unione Europea sul tema è l’unico punto di vista che accomuna il governo e i vari rappresentanti dell’associazionismo. «In Europa viviamo il paradosso di un problema, quello dell’immigrazione, che è sovranazionale, ma che viene delegato agli stati membri» ha spiegato Oliviero Forti, responsabile della Caritas italiana per l’immigrazione. «La collaborazione, comunque scarsa, c’è solo riguardo a problemi di giustizia e sicurezza legati all’immigrazione, mentre l’integrazione viene sempre messa in secondo piano».
Forti ha poi criticato l’accordo italo-libico stipulato dal governo italiano con il regime di Gheddafi: «Non bastano accordi bilaterali con i paesi da dove gli immigrati partono per risolvere il problema, specialmente se certi paesi non rispettano i diritti umani delle persone» ha detto.

Sul tema, che ha dominato il dibattito, non è mancata la risposta di Renato Franceschelli, responsabile del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno: «Il governo italiano – ha replicato – sa che la Libia non è il miglior paese del mondo, ma certe questioni vanno trattate con realismo. I paesi africani, dai quali partono i flussi migratori, sono spesso restii ad accordi multilaterali, magari con organismi come l’Ue. I trattati bilaterali sono la soluzione più percorribile e nel farli, bisogna tenere in considerazione i mezzi che paesi come la Libia mettono a disposizione e farli funzionare al meglio possibile».

I dati snocciolati da Franceschelli e Paolo Artini, responsabile del settore Protezione dell’Unhcr, parlano di un dimezzamento delle richieste d’asilo in Italia nel 2009: dalle 30.500 del 2008 si è passati alle circa 17.600. Per il governo è un chiaro segnale che le politiche ministeriali stanno funzionando. Artini la vede, invece, diversamente: «I dati italiani – spiega –  cozzano con una sostanziale stabilità di domande nel resto d’Europa. È evidente che l’introduzione dei respingimenti in mare incida parecchio sul dato. Come possono le persone chiedere asilo se nel Mediterraneo non vengono nemmeno riconosciute? Se non c’è un interprete? Senza contare che il respingimento in Libia non dà alcuna garanzia sul rispetto dei diritti umani dei disperati».

La sfida dell’integrazione è stata rilanciata a più riprese durante la giornata. «La mancanza di politiche adatte su questo fronte – ha puntualizzato Artini – è comune a molti paesi Ue. Spesso, dopo il riconoscimento per il rifugiato non c’è alcun percorso di inserimento sociale. Ciò fa sì che, chi si trova in questa condizione, finisca con l’essere schiavizzato, come abbiamo tristemente constatato a Rosarno, oppure si muove verso altri paesi».

Da questo punto di vista, Franceschelli rileva una sostanziale difficoltà: «La responsabilità delle politiche di integrazione sono regionali. – precisa – Per questo abbiamo esperienze positive come quelle del Veneto ed altre realtà che invece sono molto più indietro. Il potere di indirizzo centrale è difficile da esercitare se non scegliendo aree privilegiate da sostenere con finanziamenti statali. Il ministro Sacconi ha però recentemente annunciato un Piano nazionale per l’integrazione e siamo fiduciosi che questo possa migliorare le cose in futuro».