Incontri & volti – dicembre 2014
Alex Zanotelli

Ho incontrato João Pedro Stedile, il fondatore e dirigente del movimento Sem Terra, organizzazione dei lavoratori rurali brasiliani che si battono per la riforma agraria. L’occasione è stata la presentazione, il 30 ottobre, di un libro sul movimento alla libreria Feltrinelli di Piazza Repubblica a Roma: La lunga marcia dei senza terra dal Brasile al mondo di Claudia Fanti, Serena Romagnoli, Marinella Correggia, pubblicato dall’Emi (editrice missionaria italiana).

Dal 28 al 30 ottobre si è tenuta in Vaticano una riunione mondiale dei movimenti popolari. Un appuntamento voluto da papa Francesco, al quale ha partecipato anche Stedile che ha espresso emozione ed entusiasmo per il discorso pronunciato da Francesco. Tanto che, nel presentare il libro, ha definito «storico» l’incontro e «una vera enciclica sociale» il discorso. E ha spiegato che i partecipanti non erano solo movimenti cattolici, c’erano musulmani, agnostici e atei.

E in effetti il papa ha detto ai movimenti: «Questo incontro è un grade segno. Siete venuti a porre la presenza di Dio nella Chiesa dei poveri, una realtà passata a volte sotto silenzio. I poveri non solo subiscono l’ingiustizia, ma lottano anche contro di essa». E ancora: «I poveri non si accontentano di promesse illusorie, di scuse o di alibi; non stanno nemmeno ad aspettare a braccia conserte l’aiuto delle ong o piani assistenziali o soluzioni che non arrivano mai (…). I poveri non aspettano più e vogliono essere protagonisti».

Al punto che il fondatore del Sem Terra ha detto fuori dai denti di considerate questo papa molto più di sinistra del Pt brasiliano, il Partito dei lavoratori al potere dal 2002. Un partito che non è ancora riuscito a fare la riforma agraria. Riforma che Stedile ha definito «un problema etico».

Quello che mi ha colpito di più di questo libro, avendo seguito i Sem Terra per lungo tempo, è che spiega bene come ci si trovi in presenza di un movimento trasversale. Quando ha iniziato il suo cammino, nel 1984, erano presenti parecchi sacerdoti e vescovi ma anche tante persone senza alcuna appartenenza religiosa, semplicemente impegnate nel sociale.

Un secondo aspetto qualificante è che Sem Terra ha sempre lavorato su obiettivi concreti. Esempio: occupare un pezzo di terra, ottenere un risultato e poi costruire su quel risultato. Altro punto che mi ha sempre impressionato e che il testo analizza: in questo movimento, così “ibrido”, c’è una forte spiritualità. Significa che queste persone incarnano sì una passione civile, ma anche una mistica, un sogno. Non a caso, in questa lotta trentennale, un sacco di gente ha perso la vita. Anche il martirio fa parte di questo percorso. Non va infine dimenticato che questo movimento sente di essere un soggetto politico (politico, non partitico).

Mi pare che in Italia qualcosa di simile sia avvenuto negli ultimi anni con il Movimento per l’acqua pubblica, che ha dimostrato di avere una propria soggettività politica ed è composto di persone dai percorsi più eterogenei. Un’esperienza che andrebbe allargata anche ad altri movimenti italiani. Dovremmo essere capaci di metterci tutti insieme, esprimere una forte soggettività politica e confrontarci così con le istituzioni e con il governo.

Ricordando le parole di Stedile: «Crediamo che una profonda trasformazione sociale possa giungere più dalla cittadinanza organizzata e dal protagonismo collettivo che dalla conquista del potere istituzionale. Le scelte di emancipazione devono venire soprattutto da una cittadinanza che operi collettivamente un cambiamento dal basso e costruisca nel quotidiano e nelle piccole azioni un potere alternativo all’egemonia neoliberista imperante».

 

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Il cammino trentennale del movimento brasiliano raccontato in un libro e rimarcato dal leader storico João Pedro Stedile. Il cambiamento si costruisce dal basso. Anche in Italia.