Eritrea / Rifugiati
Sabato 20 giugno in tutto il mondo si è commemorata la Giornata mondiale dedicata ai rifugiati. I profughi eritrei rappresentano il secondo gruppo più numeroso di persone in fuga dal proprio paese dopo i siriani. Un recente rapporto dell'Onu descrive da cosa sta scappando tutta questa povera gente. Una prigione a cielo aperto governata dalla paura.

Il 20 giugno è stato un giorno particolarmente amaro per gli eritrei, e soprattutto per quelli che hanno rischiato la vita sulle vie del deserto, tra i tagliagole amici dell’Isis in Libia, sui gommoni in mezzo alle onde del Mediterraneo e ora si trovano buttati sugli scogli di Ventimiglia o sui binari dei treni delle nostre città senza ricevere protezione, e generalmente neppure umana simpatia.
Sabato scorso, infatti, è stata la giornata dedicata dalle Nazioni Unite ai rifugiati. Ma in Eritrea, e tra le comunità della diaspora, è anche la giornata dedicata al ricordo dei martiri, cioè ai caduti della guerra di liberazione, sostenuta dalla popolazione con immensi sacrifici, che ha portato il paese all’indipendenza dall’Etiopia nel 1991. La secessione, ufficializzata nel 1993 con un referendum cui la popolazione ha partecipato massicciamente in ogni angolo del paese e presso le comunità all’estero, fu salutata in un delirio di festeggiamenti durati giorni e notti.

Regime del terrore
In poco più di 20 anni questo paese, partito sulle ali della speranza della sua gente e della solidarietà politica ed economica internazionale, è diventato quello descritto dal rapporto della comitato d’inchiesta nominato l’anno scorso dalla commissione per i diritti umani dell’Onu, che ha sede a Ginevra, e reso pubblico l’8 di giugno scorso: 500 pagine basate su centinaia di interviste a profughi e di testimonianze scritte ricevute dall’Eritrea, dal momento che i suoi membri non hanno mai avuto il permesso dal governo di visitare il paese. In base alla documentazione ricevuta, la commissione afferma che nel paese ci sono “violazioni dei diritti umani sistematiche, diffuse e pesanti” tanto da far dire che, per la tortura usata in modo indiscriminato, per le incarcerazioni extragiudiziali, per il lavoro forzato, si può parlare di crimini contro l’umanità.
Il documento racconta con chiarezza la situazione da cui scappano gli eritrei che cercano rifugio in Europa, rischiando di finire tra le mani di feroci trafficanti di esseri umani o in fondo al mare. «È un paese governato dalla paura, non dalla legge» dice riferendosi allo strettissimo controllo dei servizi di sicurezza sulla popolazione. Da anni una rete pervasiva di informatori prezzolati ha creato un clima di insicurezza e sospetto all’interno delle stesse famiglie, isolando gli individui e facendo saltare il patto fiduciario che è alla base di ogni società. La paura è così diffusa che la commissione d’inchiesta ha faticato a raccogliere testimonianze anche all’estero.

Prigione a cielo aperto
Sono 5000 al mese in media le persone che scappano, secondo i dati dell’Unhcr, che, alla metà dello scorso anno, ne aveva sotto la sua diretta protezione 357.400, in gran parte in campi in Sudan ed Etiopia. In maggioranza sono giovani che cominciano il viaggio da Sawa, il centro per il training militare, dove i ragazzi vengono portati per frequentare l’ultimo anno della scuola superiore e avere il diploma, che, in base al merito non solo scolastico, e all’esito degli esami, permetterà loro di accedere all’istruzione superiore in college sparsi nel paese e di fatto controllati dalle forze di sicurezza, o li obbligherà al servizio militare e poi al servizio nazionale, praticamente senza un termine fissato. Durante la ferma illimitata saranno obbligati a lavorare praticamente senza salario, e dunque senza essere in grado di badare alle proprie famiglie e costruirsi un futuro. La commissione parla apertamente di una condizione paragonabile alla schiavitù.
Di fatto, dunque, la popolazione eritrea è mobilitata perennemente fino alla vecchiaia con il pretesto che la guerra di confine con l’Etiopia, scoppiata nel 1998 per il fazzoletto di terra improduttivo di Badme, non si è mai conclusa in quanto il governo di Addis Abeba non ha mai accettato i dettami della commissione internazionale che ha assegnato il territorio conteso ad Asmara. In questa situazione di perenne controllo e mobilitazione la gente si sente senza speranza di progettare il proprio futuro e senza nessuna possibilità di cambiare la situazione, e dunque fugge in massa da un paese diventato una prigione a cielo aperto. Le informazioni riportate da Asmarino.com, uno dei siti più autorevoli e seguiti dall’opposizione, confermano il clima che vi è descritto. Le notizie, fornite da attivisti clandestini della rete Freedom Friday, riguardano ondate di arresti avvenute nei giorni scorsi, probabilmente per bloccare la diffusione del rapporto nel paese, ma senza che vengano ufficialmente dichiarati i motivi. Le informazioni sono circostanziate e dunque credibili: vi si parla di operazioni in due quartieri popolari di Asmara, Edaga-Hamus e Akria, e della zona della principale stazione di autobus, oltre che dell’Istituto di tecnologia di Mai-Nefhi, a pochi chilometri dalla capitale.

In fuga anche donne e bambini
Da tempo non sono più solo i giovani a fuggire. Le condizioni ormai degradate a causa della mobilitazione militare permanente e della presa ferrea del partito al potere su tutte le attività economiche rendono molto difficile condurre una vita dignitosa. La fornitura di acqua ed elettricità è saltuaria anche nella capitale, mentre da oltre dieci anni è in vigore una carta annonaria che dà diritto ad un pezzo di pane al giorno e a generi di prima necessità che non soddisfano il fabbisogno, mentre il mercato nero è gestito direttamente da alti gradi dell’esercito. La miseria e il senso di soffocamento che si respira nel paese mettono sulle strade del deserto e nelle mani di prezzolati passatori, il più delle volte manovrati da ufficiali dell’esercito e dei servizi di sicurezza, donne con figli piccoli e addirittura minori non accompagnati. Questo clima e queste condizioni cercano di lasciarsi alle spalle gli eritrei che arrivano sulle nostre coste, perciò la commissione d’inchiesta raccomanda per loro la protezione dovuta ai profughi.

L’Europa tratta con Asmara
Dati dell’Unhcr dicono che gli eritrei sono il secondo gruppo più numeroso a fuggire dalla propria nazione dopo i siriani. Con un governo che in poco più di 20 anni ha minato il paese fin dalle fondamenta della fiducia che tiene insieme la società, l’Europa e il nostro paese stanno trattando modi per controllare i flussi migratori.
I fondi promessi sono cospicui, più di 300 milioni di euro, ma per fare che? Il giornale inglese The Guardian suppone che si stia concordando il blocco della frontiere eritree. Vengono in mente i famigerati accordi tra Berlusconi e la Libia di Gheddafi che portarono a indicibili sofferenze per i migranti e i profughi nei centri di detenzione delle oasi nel deserto e a meglio organizzare la tratta, ingrassata dal palleggiamento di esseri umani tra un centro e l’altro, suscitando speranze pagate con l’estorsione di somme sempre maggiori.
Non si sa, invece, se nelle clausole per l’erogazione del cospicuo dono siano state inserite richieste monitorabili sul rispetto dei diritti umani, civili e politici e sulla messa in moto in tempi stretti e controllati di un processo di smantellamento della ferma a tempo indeterminato, e in generale delle politiche dell’attuale regime, oltre che di un piano di democratizzazione e sviluppo che, soli,  potrebbero fermare l’esodo dal paese.

Nella foto in alto profughi eritrei in viaggio attraverso il Deserto del Sahara al confine tra Egitto e Libia.  (Fonte: Fotografo Giulio Piscitelli)