I temi del viaggio (25-30 novembre)

Nelle tre tappe di Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana, papa Francesco ha toccato molti argomenti tra cui la giustizia sociale, la misericordia, la corruzione, la conversione. Ma al centro di ogni riflessione c’erano gli ultimi, i più bisognosi. Ha chiesto un impegno vero agli stessi sacerdoti e religiosi africani, invitandoli anche alla fedeltà.

L’icona del primo viaggio africano di papa Francesco (25-30 novembre 2015) è l’immagine delle sue mani appoggiate sulla grande porta di legno, la Porta santa della cattedrale di Bangui, il pomeriggio di domenica 29 novembre 2015. È l’inizio del Giubileo della misericordia, che ha reso la martoriata capitale della Repubblica Centrafricana la «capitale spirituale del mondo», la capitale «della preghiera e della misericordia». Non era mai accaduto che un pontefice inaugurasse l’Anno santo fuori Roma. L’apertura di quella porta di legno traforato, riverniciata di fresco, che introduce nella chiesa fatta di mattoni rossi portati sulla testa da missionari, seminaristi e catecumeni nel 1938, è l’immagine più forte del pontificato di Francesco, che ha voluto fortemente essere a Bangui.

Lo avevano sconsigliato tanti in tutti i modi, non sempre disinteressatamente. Gli avevano detto che era un viaggio a rischio, che non si poteva garantire la sicurezza sua, di chi viaggiava con lui, dei fedeli che sarebbero accorsi per incontrarlo. Il governo francese, quello che faceva maggiori ostacoli, aveva fatto sapere che c’erano minacce e che i suoi militari non sarebbero stati comunque impegnati a proteggere il papa. Forse non si voleva che la presenza del vescovo di Roma e l’inizio anticipato del Giubileo accendessero i riflettori su un paese dimenticato da tutti, dilaniato dalla guerra civile. Forse chi ci guadagna con i traffici sui diamanti e le risorse naturali preferisce continuare ad avere un Centrafrica instabile, senza un vero governo democraticamente eletto.

«L’Anno santo della misericordia arriva in anticipo in questa terra che soffre da diversi anni la guerra, l’odio, l’incomprensione, la mancanza di pace», ha scandito Francesco prima di aprire la Porta santa. «In questa terra sofferente ci sono tutti i paesi del mondo che sono passati per la croce della guerra. Bangui diviene la capitale spirituale della preghiera per la misericordia del Padre». E fa ripetere a tutti i presenti: «Ndoyé siriri, amore e pace!».

Basta guardare all’accoglienza entusiasta, alle migliaia di persone che si sono riversate sulle strade polverose di Bangui, ai bambini che sventolano rami di palma. Anche i musulmani radunati nel piccolo stadio vicino alla moschea lo salutano e lo acclamano. Anche i centrafricani temevano forse che non venisse e così il suo passaggio in papamobile aperta è stato accolto come una liberazione, con la sensazione che la pace e la riconciliazione siano davvero possibili anche lì. Ed ecco le parole che gli ha rivolto, commossa fino alle lacrime, il capo di stato della transizione, Catherine Samba-Panza: «Dio ha ascoltato le nostre preghiere e ci ha inviato il messaggero di pace. Lei ha dimostrato ancora una volta di essere il papa dei poveri, dei martoriati e di coloro che sono in difficoltà». Poi ha pronunciato un impegnativo mea culpa: «È il momento che tutte le figlie e i figli di questo paese riconoscano le loro colpe e chiedano sinceramente perdono. Confesso tutto il male che è stato fatto qui».

Francesco ha incoraggiato le autorità, che tentano di portare il Centrafrica a libere elezioni, affinché il paese progredisca «soprattutto nella riconciliazione, nel disarmo, nel consolidamento della pace, nell’assistenza sanitaria». Ma molto più delle sue parole, ha contato la sua presenza fisica, il suo essere qui nonostante tutto, i suoi gesti come quello di aprire la prima Porta santa del Giubileo, il suo abbraccio ai profughi del campo Saint-Sauveur, la visita fuori programma all’unico ospedale della Repubblica Centrafricana dove manca tutto e dove accarezza bambini ridotti a scheletri dalla fame e dalla malaria.

Le baraccopoli di Nairobi
I momenti più importanti della prima tappa del viaggio, quella in Kenya, sono stati la visita e il discorso tenuto nella bidonville di Kangemi, e l’incontro con i giovani allo stadio Karasani. (…)

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