Bacino del fiume Congo

L’espansione demografica minaccia un’area smisurata, con la terra utilizzata per l’agricoltura commerciale e di sussistenza. La carenza di governance è il pericolo maggiore per la sopravvivenza di quelle aree protette.

Lungo il bacino del Congo la biodiversità è di casa: più di un migliaio di specie di uccelli, 1300 specie di farfalle, oltre 400 specie di mammiferi. Un patrimonio in pericolo.

Questa regione – dove vivono 100 milioni di persone su 4 milioni di km², coperti per il 45% da una densa foresta – deve far fronte a una serie impressionante di sfide, tra le quali l’espansione demografica. Entro il 2050, la popolazione dei cinque principali paesi toccati dal bacino del fiume (Camerun, Congo, Gabon, Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo) arriverà a quota 228 milioni.

La crescita demografica contribuisce a far sì che nuove terre siano utilizzate per l’agricoltura commerciale e di sussistenza. Una pressione sull’ambiente che si coniuga con una diffusa povertà (che induce a pensare a soluzioni a breve termine piuttosto che a preoccuparsi delle generazioni future) e con una cattiva gestione del problema. Quello di una governance inadeguata è «il nodo maggiore» in Africa centrale, secondo un rapporto della Commissione europea.

Nei due Congo, ad esempio, le autorità hanno accordato concessioni petrolifere che coprono quasi tutto il bacino, disseminando nel contempo il territorio di Aree protette (Ap), fragili rifugi della biodiversità. Anche nel caso in cui autorità e compagnie petrolifere mostrassero buona volontà nel rispetto dell’ambiente, la mancanza di infrastrutture e di mezzi rende assai ardue le sfide della conservazione.

Questo dossier passa in rassegna le molteplici minacce che incombono sulla foresta e sulle aree protette. Minacce che hanno nomi precisi. Bracconaggio: spinto in particolare dalla domanda cinese di avorio, ma anche dalla domanda regionale di carne di selvaggina. Industria del legno: soddisfa la domanda di legname prezioso che arriva dai paesi sviluppati. Artigiani carbonai: forniscono legna da ardere e carbone di legna, in assenza di una politica energetica sostenibile. Agricoltura itinerante su terreno debbiato: bruciare la biomassa presente sul terreno per migliorarne la qualità era praticabile un tempo, ma risulta pericolosamente obsoleto nel nuovo contesto di espansione demografica. Agroindustria: al servizio della richiesta mondiale di biocarburanti o delle esigenze dell’industria alimentare europea e asiatica.

Il tutto nel contesto del cambiamento climatico e delle invasioni biologiche, di cui l’uomo è largamente responsabile. Come è stato ricordato in una recente conferenza a Città del Capo (Sudafrica), siamo entrati nell’età geologica dell’Antropocene, cioè ciò che fa l’uomo è diventato una forza geologica capace di modificare il corso dei fiumi, le correnti degli oceani e il clima dell’Africa centrale.

Rainforest Foundation (Rf) in un recente rapporto (vedi bibliografia) punta l’attenzione su una delle ragioni che hanno determinato il parziale fallimento delle politiche di conservazione dell’ambiente condotte fino a oggi: troppo spesso queste politiche sono state elaborate e decise senza il concorso delle popolazioni autoctone che abitano nelle aree protette o nelle immediate vicinanze.

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