Intervista ai medici del Cuamm
Mentre in Guinea e Liberia l'epidemia è stabile o inizia a ritirarsi, nella Sierra Leone è ancora in forte aumento. Secondo le ultime stime da Freetown, si contano 4759 contagi e 1070 morti. Un inferno di cui abbiamo parlato con Don Carraro e Clara Fresson di "Cuamm medici con l'Africa".

Ebola è lì, sempre in agguato. Colpisce, infetta e uccide. È ormai una catastrofe umanitaria in tre paesi africani: Guinea, Libera e Sierra Leone. Il virus ha varcato i confini e si espande, in maniera particolare nelle aeree urbane e nelle limitrofe zone rurali. E poi, ancora, la psicosi che possa arrivare in Occidente, una paura, per molti aspetti, sia epidemiologici che scientifici, molto spesso ingiustificata e, purtroppo, strumentalizzata ad arte dalla politica per attirare consensi sfruttando le miserie umane. Ebola fa paura là dove si manifesta. È come una bomba atomica che distrugge tutto. Non è solo una questione “sanitaria”, Ebola sta distruggendo il sistema sociale ed economico dei paesi in cui imperversa. Se in Guinea il diffondersi del virus è stabile e in Liberia in regressione, in Sierra Leone è ancora in forte aumento.

Al 5 novembre i casi registrati in quest’ultimo paese sono stati 4759 e i morti 1070. Di tutte queste cose ne abbiamo parlato con Clara Frasson, responsabile di Cuamm Medici con l’Africa in Sierra Leone e con don Dante Carraro, direttore dell’organizzazione non governativa padovana.

«Ebola fa paura lì – ci dice don Dante – dove i sistemi sanitari sono fragilissimi. È come una bomba atomica che distrugge tutto. Rendiamoci conto che la spesa pro capite sanitaria in Sierra Leone è di 15 dollari, contro i nostri 2000. I nostri sistemi sono strutturati, per questo la paura deve essere gestita con intelligenza, buon senso, e comprensione verso quelle persone che sono meno preparate, quelle che hanno pochi strumenti di comprensione».
Se poi si guarda alla probabilità che il virus possa arrivare fin da noi portato da chi proviene da quei paesi, questa è praticamente vicina allo zero. «All’aeroporto di Fretown – racconta Clara Frasson – i controlli sono strettissimi. Prima di arrivare sull’aereo si passa da almeno 20 persone che ti controllano. Sono meno stringenti, invece, negli aeroporti europei».
Il problema, dunque, è quello di operare e bene nei luoghi dove l’epidemia è in corso. Il Cuamm lavora nel distretto di Pujehun da sempre, la loro presenza è infatti precedente all’esplodere dell’epidemia. «Eravamo lì già prima – continua don Dante – con i nostri progetti, il nostro ospedale e i 75 centri di salute sul territorio. Lavoravamo e lavoriamo in sinergia con gli operatori locali e questo ha fatto sì che la gente si fidasse di noi. Non come da altre parti dove la diffidenza delle persone si è scatenata contro gli operatori sanitari. La gente ci dice grazie perché rimanete qua e condividete con noi questa tragedia. La collaborazione è cresciuta. Il nostro approccio è quello di avere un rapporto sinergico con gli operatori locali».

Il lavoro del Cuamm è stato quello di contenere il più possibile l’epidemia. «Abbiamo rafforzato le misure di sicurezza – spiega Clara – e i controlli per quelli che entrano nel distretto. Non solo. I veicoli commerciali ammessi sono quelli che trasportano cibo. Qui la gente comincia ad avere fame. Il commercio è pressoché fermo. E su questo fronte occorre lavorare con intensità. Mi auguro che si riesca a contenere l’epidemia e per questo lavoriamo in stretta collaborazione con le autorità militari e di polizia, con quelle sanitarie e con l’amministrazione pubblica».
I risultati, grazie a un lavoro tenace, sono arrivati. Sono circa 15 giorni che non si verificano casi di contagio nel distretto dove opera il Cuamm, mentre l’epidemia sta crescendo nella capitale e nelle zone rurali limitrofe. Tutto ciò grazie al lavoro di contenimento e a un po’ di “fortuna”.  «Ci vuole anche quella – continua don Dante – abbiamo cercato di separare la zona da dove è partito Ebola, Zimmi, dal resto del distretto, e in questo ci ha aiutato il fiume che separa le due aree, ecco l’elemento fortunato, e poi sviluppando un lavoro sinergico con i locali, formandoli. Sono loro che capiscono più di noi il territorio dove operiamo, parlano la stessa lingua. E questo è un dato importante».

Occorre, tuttavia, vincere la paura e la diffidenza, impedendo che alle morti per Ebola si aggiungano quelle indirette di donne incinte e di bambini. Dopo la messa in sicurezza dell’ospedale di Pujehun, la costruzione di un centro di isolamento nell’area di Zimmi, la formazione di oltre 300 contact tracer, impegnati nel tracciamento dei casi e alla ricerca di sospetti capanna per capanna, villaggio per villaggio, (gli abitanti del distretto sono 350mila) la nuova sfida per il Cuamm è la costruzione di un nuovo centro «di isolamento – ci spiega Clara – a 5 chilometri dall’ospedale di Pujehun, per portare i casi sospetti fuori città» (foto). Ciò serve, psicologicamente, a tutti i lavoratori locali, per portare la gestione dei casi sospetti fuori città e, anche, un modo per ripristinare una normalità del vivere che ormai non c’è più e per consentire alle persone di tornare in ospedale, evitando “le morti indirette”, e rendere l’ospedale “libero” da Ebola.
«Questo è molto importante – sottolinea don Dante – in questo modo le donne tornano a partorire in ospedale e non a casa, con tutti i rischi del caso, e le mamme a portare i bambini. Qui si muore per malaria cerebrale e polmonite». Una sorta di ritorno alla normalità.
Clara Frasson, però, si spinge ancora più in là. «Gli aiuti stanno arrivando – dice – anche se i bisogni sono sempre urgenti, ma bisognerebbe anche cominciare a pensare al dopo Ebola. Il sistema sanitario è collassato, bisogna ricostruirlo, il sistema economico, in particolare il commercio, ha subito danni enormi. Tutto deve essere fatto ripartire. Bisogna ricostruire il sistema sanitario ed economico del Paese». È proprio quello di cui dovrebbe occuparsi l’occidente, lasciando da parte le paure e impegnandosi nella costruzione di un paese che ha bisogno di tutto. Ora più che mai. Ebola non può passare invano, e scusate il cinismo.

Nella foto in alto l’isolation Unit dell’ospedale governativo di Freetown (Fonte: Luigi Baldelli). Sopra la costruzione del nuovo centro di isolamento a 5 chilometri dall’ospedale di Pujehun (Fonte: Luigi Baldelli).