Asmara sotto pressione
Provvedimento deciso dal Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani. Durerà un anno. Le dichiarazioni di Amnesty International. Il regime nega. E dalla Svezia accuse per crimini contro l’umanità.

Mentre il viceministro agli esteri Lapo Pistelli riallaccia i rapporti con il regime eritreo, effettuando la prima visita di un rappresentante del governo italiano ad Asmara dal 1997, e Bologna si appresta ad ospitare i sostenitori del regime di Isaias Afwerki, il Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani, con sede a Ginevra, nella sessione tenutasi il mese scorso ha deciso di sottoporre il paese ad un anno di inchiesta. Un pesante provvedimento, simile a quelli decisi nel recente passato per Siria, Nord Corea e Sri Lanka, per verificare le violazioni dei diritti umani da più parti denunciate.

A questo riguardo va ricordato che Amnesty International ha fatto dichiarazioni che sottolineano due aspetti. La necessità di porre termine alla pratica del servizio nazionale forzato e a tempo indeterminato, ormai definito come una forma di lavoro forzato se non di schiavitù da parecchi analisti politici. E poi l’ampio ventaglio di violazioni dei diritti umani perpetrate nel paese tra cui detenzioni arbitrarie di politici, giornalisti e semplici cittadini mai portati davanti ai giudici, tenuti in isolamento o in carceri segrete senza poter incontrare i propri avvocati e i famigliari; la persecuzione di fedeli di religioni non riconosciute dal governo; la pratica diffusa di diverse forme di tortura e altre pratiche degradanti.

Le dichiarazioni di Amnesty fanno perno su un rapporto preparatorio, No Progress on Key Human Rights Concern, pubblicato in febbraio, che ha lo scopo di valutare quanto il governo eritreo abbia tenuto in conto le raccomandazioni del Consiglio, fatte nella sessione del 2009 e accettate dal governo eritreo.

Il Consiglio ha insediato una commissione d’inchiesta di cui fa parte anche Sheila B. Keetharuth, speciale rapporteur dell’Onu sui diritti umani in Eritrea, con cui il governo di Asmara non ha mai voluto collaborare, in quanto sostiene di non aver mai violato nessun diritto umano e che le accuse sono frutto di propaganda montata ad arte dal governo etiopico.

Guai dalla Svezia

Intanto uno studio legale svedese ha iniziato un procedimento per crimini contro l’umanità contro il presidente, Isaias Afwerki, e diversi esponenti del governo eritreo. Il procedimento è reso possibile da una nuova legge che permette di perseguire in Svezia questo tipo di crimini ovunque siano stati commessi. Il procedimento «non è solo simbolico – afferma Percy Bratt, avvocato esperto in diritti umani – ma ci sono appigli legali solidi per l’accusa… Ci sono un sacco di prove portate da gruppi per la difesa dei diritti umani in particolare per incarcerazioni senza processo». Uno di questi incarcerati è Dawit Issak, giornalista eritreo con cittadinanza svedese, di cui ben poco si sa dal momento del suo arresto, nel 2001. Il governo svedese, tra i primi sostenitori della guerra di liberazione, su questo caso ha rotto i rapporti con l’Eritrea.

Il legale dice anche che in Svezia vivono 12.800 rifugiati eritrei e che il numero è in rapido aumento, proprio a causa della violazione dei diritti umani nel paese d’origine. Dunque, suggerisce, il procedimento è più che doveroso anche sul piano politico.

Secondo il rapporto della Keetharuth, sarebbero 313.000, circa il 6% della popolazione, gli eritrei fuggiti dal paese. Moltissimi hanno preso la via per l’Europa e sono arrivati sulle nostre coste, o sono morti nel Mediterraneo provocando un’effimera ondata di dolore e sdegno, e ben poco altro. Non è stata sostituita neppure la legge Bossi-Fini, che è la prima causa delle tragedie in mare. Molti richiedenti asilo eritrei si sono fermati in Italia dove, pur avendo trovato ben poco sostegno pubblico, gravano sulle casse dello stato. Chissà se il viceministro Pistelli ne ha chiesto conto alle autorità eritree che ha incontrato nella sua visita ad Asmara.