Rimpasto di governo
La liberazione di migliaia di prigionieri politici, le dimissioni del primo ministro etiopico e infine l’imposizione dello stato d’emergenza, sono segnali che indicano un cambiamento di equilibri di potere in atto all’interno della coalizione di governo. A favore, forse, di una leadership oromo.

Con le dimissioni, il 15 febbraio scorso, del primo ministro Hailemariam Desalegn, in Etiopia è iniziata una stagione di instabilità che porterà probabilmente il paese verso nuovi equilibri. Nessuno, in questo momento, può dire quanto il processo durerà e come il paese ne uscirà. La proclamazione dello stato di emergenza, per un periodo di sei mesi il giorno dopo l’annuncio delle dimissioni del premier, non è però un segnale positivo. La crisi politica potrebbe frenare la notevole crescita economica, sostenuta da significativi investimenti stranieri nei settori delle infrastrutture e dell’industria per la produzione di energia e di beni di consumo, provocando reazioni non prevedibili nel paese più popoloso dell’Africa dopo la Nigeria e ancora in fortissima crescita demografica.

Hailemariam Desalegn era salito al potere nel 2012, dopo la morte di Melles Zenawi, primo ministro dalla caduta del regime militare del colonnello Menghistu Haile Mariam, nel maggio del 1991. Zenawi, leader del Fronte popolare di liberazione del Tigray (TPLF), vincitore della lotta di liberazione contro la dittatura, aveva saputo mantenere in equilibrio il governo dell’Ethiopian People’s Democratic Front (EPRDF), una coalizione formata da quattro partiti a base etnica e dominata dal TPLF che avrebbe dovuto essere in netta minoranza nella compagine, rappresentando circa il 6% della popolazione.

Hailemariam Desalegn, esponente di un gruppo etnico minoritario del sud del paese, i Wolayta, e presidente di uno dei partiti della coalizione, il Southern Ethiopian Peoples’ Democratic Movement (SEPDM), era stato eletto primo ministro come candidato di compromesso. In molti, in quel momento, si erano chiesti se sarebbe stato in grado di gestire le pressioni degli altri membri della coalizione governativa, rappresentanti di gruppi etnici maggioritari – gli oromo e gli amhara che insieme formano più del 60% della popolazione – o i cui esponenti siedono nei gangli del potere del paese, come appunto quelli del TPLF.

Ha resistito sei anni, durante i quali l’instabilità nel paese è cresciuta di pari passo con misure di contenimento sempre più repressive. Le tensioni si erano intensificate a partire dalla fine del 2015, quando la rivolta nella regione oromo, che circonda la capitale Addis Abeba, e poi in quella amhara, erano state represse molto duramente. I morti erano stati centinaia; migliaia di dimostranti erano finiti in carcere. Lo stato di emergenza, proclamato nell’ottobre del 2016 e durato fino all’agosto del 2017, non aveva fatto che mettere la sordina ad un dissenso che era pronto a scoppiare di nuovo. Nel corso del 2017, alla mai sopita rivolta oromo e amhara si era aggiunto il conflitto sul confine tra la regione oromo e quella somala. Ancora decine di morti e un milione di sfollati, soprattutto oromo.

In una tale situazione non potevano non crescere anche le tensioni all’interno della coalizione, mentre diminuiva la capacità di gestione del suo leader. Secondo un’analisi pubblicata su The East African sabato 17 febbraio, in particolare il partito oromo, Oromo People Democratic Organization (OPDO), e il suo nuovo giovane leader, Lemma Megersa, avrebbero sfidato il regime, e in special modo il TPLF che detiene fermamente il controllo delle forze di sicurezza, dall’interno della stessa coalizione. Le richieste sarebbero state chiare: limitare al minimo l’intervento federale e delle forze di sicurezza nazionali negli affari interni dei singoli stati. L’ondata di scarcerazioni di migliaia di prigionieri politici, iniziata in gennaio, è, con ogni probabilità, frutto di tali trattative politiche tutte interne alla coalizione.

Le dimissioni di Hailemariam Desalegn, che sono state immediatamente accettate dall’EPRDF, dovranno essere ratificate dal parlamento tra un paio di settimane. Intanto il premier resterà in carica ad interim, fin che non si troverà un accordo sul suo successore. Difficile fare pronostici in proposito, ma certamente negli ultimi mesi la leadership oromo si è messa in luce come capace di contenere la rivolta e di guadagnarsi il favore soprattutto dei giovani. Parecchi osservatori considerano in prima posizione nella corsa proprio Lemma Mergesa, fino a pochi mesi fa ben poco conosciuto a livello nazionale. Pur rappresentando il gruppo etnico maggioritario, non ha però la maggioranza all’interno della coalizione. Bisognerà vedere se riuscirà a trovare il supporto del partito amhara, Amhara National Democratic Movement (ANDM), gruppo etnico che ha espresso la leadership del paese fino alla caduta del regime di Menghistu. La nomina del nuovo premier potrebbe essere un’ottima occasione per ribaltare gli equilibri all’interno della coalizione, strappando il predominio al TPLF. Ma finora oromo e amhara sono stati più antagonisti che alleati. Potrebbe perciò essere trovato di nuovo un accordo di compromesso che esprimerebbe un altro primo ministro debole, e questo non andrebbe certamente a vantaggio della stabilità del paese. Un’Etiopia sempre più instabile metterebbe in gioco i fragili equilibri di una regione che è già tra le più tormentate del pianeta.

Nella foto il primo ministro dimissionario Hailemariam Desalegn