Giufà – Novembre

C’è una rabbia popolare e trasversale verso la politica. Ma è una fase che durerà poco, perché da noi manca un’educazione civica, un senso della legalità, una scala di valori spirituali e comunitari proposti da enti, istituzioni, agenzie pubbliche latitanti. Mentre assistiamo sconcertati alla rapida caduta in sequenza di potentati locali considerati fino a ieri intoccabili (dalla Sicilia alla Lombardia, passando per il Lazio, sono già andate in crisi le regioni più importanti d’Italia), viene da chiedersi se il vento della nuova Tangentopoli possa avere trovato ispirazione o incoraggiamento nelle sedi pubbliche tradizionalmente destinate a orientare il senso comune. O se, invece, sia giusta l’impressione che a un certo punto i politici hanno cominciato a farsi male da sé, in una sorte di cupio dissolvi, fino all’autodistruzione. Come dimostrerebbe il fatto che i cosiddetti “mostri”, ovvero i protagonisti degli scandali più imbarazzanti, manifestano un certo gusto nel presentarsi in tv lasciandosi dileggiare, salvo poi aggiungere che gli altri colleghi non sono certo migliori di loro.

Di certo, l’indignazione ha cavalcato attraverso i mass media, senza troppe distinzioni fra destra e sinistra, confermando la diffusa sensazione di una classe politica che nel suo insieme scarseggia di moralità. Una trasmissione televisiva o un giornale d’opinione che non si presenti innanzitutto come “anti-casta” oggi verrebbe bocciato dall’ufficio marketing aziendale. Gianantonio Stella e Sergio Rizzo (colleghi che stimo, sia ben chiaro) ormai sono pronti per il festival di Sanremo dopo la performance nazionalpopolare allo show di Adriano Celentano.

Ok, i partiti se la sono cercata. Ma è bene sapere che si tratta di ondate emotive che non si prolungano mai nel tempo oltre un paio d’anni. Spesso assecondate con enfasi da chi nel grido “tutti ladri!” confida di accomunare gli avversari per minimizzare le proprie responsabilità. Prima di quanto non si pensi finirà, e non è detto che finisca bene.

Sapete perché? Perché in questo moto di (sacrosanta) indignazione dell’opinione pubblica non si riconosce un’educazione civica, un senso della legalità, una scala di valori spirituali e comunitari, che nel tempo avrebbero dovuto essere proposti da enti, istituzioni, agenzie pubbliche latitanti rispetto a questa missione.

Scrivendo su Nigrizia non posso che citare a mo’ di esempio i troppi silenzi della Chiesa italiana, nel passato, allorquando si sarebbe trattato di entrare in rotta di collisione con potentati famelici e disonesti ma “clericali” nel loro approccio subalterno a quella che per loro era solo una stampella necessaria.