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Report di Carta di Roma e Lunaria sull’invisibilità delle persone migranti, rifugiate, razzializzate
Informazione diseguale
Un’analisi qualitativa che evidenzia come le migrazioni e le persone che ne sono espressione siano terreno di uno scontro fortemente politicizzato, in cui la voce dei protagonisti resta marginale
16 Dicembre 2025
Articolo di Jessica Cugini
Tempo di lettura 5 minuti
(Credit: Ono Kosuki/Pexels)

Informazione diseguale. Invisibilità delle persone migranti, rifugiate, razzializzate nei media in Italia”. Un report che nasce grazie al contributo di persone addette ai lavori, giornaliste e giornalisti e rappresentanti di associazioni impegnate nel contrasto alle politiche discriminatorie e al razzismo. Frutto di un progetto finanziato dall’Unione Europea, il MILD – More Correct Information Less Discrimination.

19 interviste, un’analisi qualitativa che mette in luce quel che da tempo sappiamo: le migrazioni e le persone che ne sono espressione sono terreno di uno scontro fortemente politicizzato, in cui la voce dei protagonisti è marginale, mentre quella degli esponenti politici diventa preponderante e divisiva.

Il tutto condito con un linguaggio allarmistico in cui le parole più usate da sempre sono “emergenza”, “crisi” e “invasione”. Termini di un linguaggio rigido in cui nel 48% dei casi si finisce a parare sui problemi della sicurezza e la gestione dei flussi, in contesto emergenziale continuo in cui le persone sono soggetti invisibili di cui altre persone parlano.

Le persone migranti, rifugiate, razzializzate sono oggetti, mai soggetti delle notizie. Quando e se vengono sentite (7% dei casi) il loro campo di espressione è ristretto, inizia e finisce nel terreno migratorio, come se nel tempo, a prescindere dalla loro vita ed esperienza, non possano esser competenti in altro. Una sorta di ghettizzazione tematica, che non esce mai dal propinare sempre uguale stereotipo.

Nuova grammatica narrativa condivisa e partecipata

Consapevoli di questa realtà, le persone intervistate evocano la necessità di una “nuova grammatica narrativa”, che deve nascere innanzitutto tra le persone addette ai lavori, siano esse parte del mondo giornalistico che associativo.

Occorre un salto comunicativo: invece di “parlare di”, “parlare con” in una prospettiva di intersezionalità che allarghi il campo anche a parole condivise. Una costruzione che risente, soprattutto, a livello dei media in ogni loro declinazione, cartacea, radiotelevisiva, online, di un’assenza o scarsa presenza nelle redazioni.

Quel che infatti emerge nel report è che sono poche le persone con background migratorio nei contesti di lavoro, va un po’ meglio nelle realtà associative. Ma di fatto tale carenza emerge in entrambi i contesti.

Soprattutto nelle redazioni si sottolinea ancora la presenza di pregiudizi e di una visione eurocentrica di matrice coloniale, cui si affianca la difficoltà di avere all’interno di quel contesto lavorativo voci ed esperienze di persone migranti, rifugiate, razzializzate.

Giornalismo: una professione elitaria

Una lettura di questa assenza, secondo le persone intervistate, ha a che fare con la difficoltà di accesso alla professione: difficoltà socioeconomiche che lasciano fuori le persone dalle costose scuole di giornalismo e dalla possibilità di frequentare stage non retribuiti; mancata conoscenza di persone che facilitino l’ingresso nelle redazioni; forte precarietà del settore, di per sé mal retribuito e poco sicuro.

Una disparità che in Europa è stata colmata in diversi modi, raccontati nel report, che dovrebbero diventare prassi anche in Italia, per colmare, nelle pratiche di accesso, un gap di possibilità all’accesso a una professione che rischia di chiudersi su sé stessa.

Questa discriminazione elitaria, seppur raccontata nelle interviste, non è letta come un episodio di razzismo. Mentre si ha la consapevolezza che non è il mero inserimento di persone migranti, rifugiate o razzializzate a far cambiare la situazione, ma i modelli di partecipazione interni alle redazioni e associazioni.

Un esempio concreto è quello della gestione dei linguaggi d’odio, a oggi priva di una prassi comune, per cui si va dalla moderazione/cancellazione, al bannare tramite filtri informatici. Non si pensa a una formazione condivisa, che parta già dalle scuole di giornalismo e che entri dentro le redazioni/associazioni nella ricerca di parole condivise di quella nuova grammatica di cui si parla, nella distribuzione dei ruoli e partecipazione dei processi decisionali. Andare insomma oltre “l’inclusione di facciata”.

Si legge nel rapporto: “C’è un problema ed è un problema concreto e sistemico anche questo perché ci sono barriere socioeconomiche, culturali e istituzionali. Quindi noi parliamo spesso di razzismo come insulto esplicito però esistono forme più sottili, come l’accesso diseguale alla visibilità alla redazione, marginalizzazione delle voci razzializzate, assenza nei processi decisionali, non esserci nelle riunioni di redazione, oppure chi fa scrivere e chi no, a chi chiedi delle cose e a chi no”.

“Non si tratta di insulti o stereotipi isolati, ma di un intero sistema di selezione e rappresentazione che riproduce rapporti di dominio: la composizione omogenea delle redazioni; la mancanza di diversità nelle posizioni di potere; la tendenza a considerare “neutrale” il punto di vista bianco; la marginalizzazione di chi prova a introdurre una prospettiva critica. La conseguenza è che le persone razzializzate vengono rappresentate, ma non rappresentano: sono materia prima narrativa, non autrici della narrazione”.

Schemi ricorrenti di razzismo nei media

Il rapporto, prima di chiudersi con dei suggerimenti pratici per superare questa “informazione diseguale”, mette in fila quelli che sono gli schemi ricorrenti di razzismo nei media: di una gerarchia narrativa che spesso si esplica in “noi” e “loro”; una questione lessicale che se certo ha fatto qualche passo avanti rispetto alla parola “clandestino”, non ha ancora parole neutre, ma razzializzate, stigmatizzanti e legate alla nazionalità sempre esplicitata di chi è protagonista di una notizia; la persistenza di una correlazione tra l’agenda dei media e l’agenda della politica, per cui spesso un tema diventa preponderante se a cavalcarlo è la politica.

A tutto questo si aggiunge, come già scritto, l’invisibilità delle persone razzializzate, mai protagoniste ma oggetti di notizia, una questione caratterizzante l’immaginario mediatico “tradizionale”; la scelta dei temi legati alla narrazione delle persone migranti, rifugiate e razzializzate: sbarchi, criminalità, religione, sfruttamento.

Come se non fossero persone che abitano le città, vi lavorano, studino e abbiano, nel tempo, affermato sé stesse in percorsi diversi dall’essere straniere fino a data da definirsi e quindi incapaci di esprimere la propria opinione e competenza su altri argomenti.

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