La palude, la crisi, la guerra

Una volta sconfitto il nemico comune, il Sudan, gli ex guerriglieri hanno dovuto fare i conti con la gestione del potere fuori dalle trincee. Si sono scoperti inadeguati (specie Salva Kiir) e si sono rifugiati nell’appartenenza etnica: denka e nuer.

La crisi che ha portato il Sud Sudan sull’orlo del collasso non è scoppiata all’improvviso. Se ne poteva intravedere già il preludio nella gestione delle elezioni del 2010. Il modo verticistico con cui furono selezionati i candidati al posto di governatore; l’isolamento di coloro che, tagliati fuori, avevano deciso di presentarsi come indipendenti; le pressioni sugli elettori e le manipolazioni delle operazioni di voto suscitarono malcontento e alcune ribellioni. Come quella di George Athor Deng che aveva corso per il posto di governatore nello stato di Jonglei: Athor rimase ucciso in circostanze mai chiarite nel 2012. Problemi anche nello stato di Unità, dove la candidata indipendente Angelina Teny, moglie di Machar, fu costretta a cedere il passo al candidato ufficiale, Taban Deng Gay. L’unico governatore indipendente eletto fu Joseph Bangasi Bokosoro, nell’Ovest Equatoria. Era chiaro che nell’Splm si confrontavano aspramente gruppi di potere e visioni diverse della governance del partito.

Le tensioni si acuirono a causa di sostituzioni per decreto di governatori eletti e di ministri molto in vista e rappresentativi di gruppi etnici e di situazioni particolarmente problematiche. Come il ministro degli esteri Deng Alor, denka ngok di Abyei. All’inizio del 2013, Kiir riorganizzò anche l’esercito e le forze di polizia, sostituendone i vertici. Ma destò preoccupazione soprattutto l’intenzione espressa da Machar di competere con Kiir per il posto di presidente del partito. A questa dichiarazione è probabilmente legata la decisione, comunicata per decreto il 15 aprile, di attribuire al vicepresidente un ruolo meramente cerimoniale.

La politica andò in fibrillazione il 23 luglio quando, ancora per decreto, Salva Kiir dimissionò il vicepresidente, sospese il segretario del partito, Pagan Amun, e sciolse il governo. Molti pensarono che si fosse prossimi a una resa dei conti. Per un’intera settimana Kiir non riuscì a presentare la lista dei nuovi ministri e quando finalmente la portò in parlamento per l’approvazione, gliela contestarono: donne non sufficientemente rappresentative, personaggi già noti come inefficienti e corrotti e altri di cui non si conoscevano titoli e competenze. Il ministro della giustizia proposto, Telar Ring Deng, consigliere speciale del presidente, venne addirittura bocciato, e Kiir, molto innervosito, dovette sostituirlo.

Il confronto rimase nell’alveo fino al 15 dicembre 2013, quando venne riunito il National Liberation Council, organo supremo dell’Splm, ultima istanza per trovare una soluzione alla crisi. I dissidenti, invece, guidati da Machar, Amun e Rebecca Nyandeng, autorevole moglie di John Garang, il defunto leader carismatico del movimento, ritennero provocatorio il discorso di apertura del presidente. Molti abbandonarono la sala. A quel punto, secondo numerosi testimoni, Kiir ordinò al capo della guardia presidenziale di disarmare i suoi soldati. Ma, stando a ricostruzioni credibili, dopo averli disarmati, cercò di riarmare solo i soldati della propria etnia, i denka. Ne nacque uno scontro che fu la scintilla della guerra civile.

La milizia del presidente

Il giorno dopo, Kiir si presentò alla televisione di stato in divisa militare, cosa che non aveva più fatto da quando era divenuto presidente. (…)

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