parole del sud – novembre 2016
Comboniani Brasile

Tomasz è polacco, José peruviano. Vivono nell’estremo nord del Brasile, nello stato di Roraima, dedicando la loro vocazione missionaria ai popoli indigeni macuxi e wapixana. Bernardino è un giovane togolese, sarà ordinato diacono in questo mese di novembre. Vive a Salvador Bahia, dove tenta di integrare la sua esperienza di vita africana con la cultura e tradizione religiosa dei gruppi afrodiscendenti della “capitale nera” del Brasile.

Questa volta vi parliamo di noi, comboniani in Brasile. Ci troviamo in un momento importante del cammino: da tre anni abbiamo riunito le nostre due province (nord e sud) e ora ci siamo organizzati come un unico gruppo in questo enorme territorio. Basti pensare che la distanza tra la comunità comboniana più a sud e quella più a nord del paese è maggiore che la distanza tra il Brasile e l’Africa… In qualche modo, quindi, ci sentiamo vicini alla missione che Daniele Comboni ha iniziato. Pur se in contesti tanto diversi, il suo Piano per la rigenerazione dell’Africa ci ispira ancora. Daniele aveva intuito che il missionario è un uomo di frontiera e che ai margini si gioca la sua identità e l’efficacia del suo annuncio di vita, giustizia e pace.

Anche noi, oggi, ci sentiamo sfidati dalle frontiere: geografiche, perché la Chiesa brasiliana deve uscire di più allo scoperto, verso la frontiera amazzonica; culturali, perché la promozione della vita passa dalla difesa delle comunità messe ai margini dal modello di sviluppo egemonico; religiose, perché il missionario è un ponte di dialogo tra la Chiesa e la società civile organizzata, provocando talora la presa di distanza della struttura ecclesiale o di una cultura religiosa massificante.

In Brasile, abbiamo riscritto il nostro piano di evangelizzazione per i prossimi sei anni. Ci ispira la chiamata a «essere nelle frontiere testimoni e profeti di relazioni fraterne, fondate sul perdono, la misericordia e la gioia del vangelo. Sulle orme di Daniele Comboni, raggiungiamo le periferie della sofferenza, tra i più poveri e non evangelizzati. È questo l’orizzonte della nostra missione», come recita l’ultimo nostro Capitolo generale.

In pratica, privilegiamo quattro aree di lavoro: evangelizzazione e Amazzonia, evangelizzazione e diritti umani nelle periferie urbane, evangelizzazione e comunità afrodiscendenti, evangelizzazione e promozione vocazionale missionaria. Ci impegniamo a partire dalla cura di comunità cristiane popolari, oppure offrendo un servizio specifico alla Chiesa locale, con la formazione biblica, la pastorale carceraria, i movimenti in difesa dei diritti umani, la pastorale dei bambini e adolescenti, la rete ecclesiale panamazzonica, la promozione della salute integrale e l’interazione con le scuole di riconciliazione e perdono.

Lo facciamo a partire dai limiti di un gruppo piccolo, fragile e con tutte le sue contraddizioni. Crediamo nell’importanza dei luoghi in cui scegliamo di stare: quanto più saremo immersi tra la gente semplice, nella loro sofferenza e nei loro sogni, tanto più saremo fedeli a questo palpitare di vita che non può essere tradito. Saremo una presenza semplice in situazioni difficili, molte volte senza tante competenze o capacità di trasformare, ma sempre segno di speranza e appoggio nella r-esistenza.

La porta è aperta e la direzione ci è data da testimoni del vangelo come padre Ezechiele Ramin o dom Franco Masserdotti: venite a camminare con noi!