Amazzonia Casa Comune

Intervista a Maria Eugênia Lloris Aguado, missionaria nelle zone di frontiera tra Perù, Brasile e Bolivia.

Tudo está interligado, como se fóssemos um, tudo está interligado nesta casa comum (Tutto è interconnesso, come fossimo una cosa sola, tutto è interconnesso in questa casa comune). È una delle canzoni brasiliane intonate dai leader indigeni presenti a Roma in questa prima settimana del Sinodo per l’Amazzonia. Parole che risuonano forti nella testa e nel cuore di suor Maria Eugênia Lloris Aguado, missionaria della Fraternità Verbum Dei che da una vita svolge un lavoro di prossimità, di solidarietà con le famiglie che vivono nelle zone di frontiera tra Perù, Brasile e Bolivia. L’abbiamo intervistata durante uno degli eventi di “Amazzonia: Casa Comune”.

Qual è la tua missione in queste terre?

Sono spagnola e vivo in Brasile da 24 anni. Al momento lavoro nell’Equipe itinerante, che ha due missioni, una a Manaus e una alla frontiera tra Perù, Brasile e Bolivia, nella città di Iñapari. Da qui si risale lungo il fiume con la canoa per far visita alle comunità. A volte è la gente dei villaggi che ci chiede di andare, soprattutto quando ci sono problemi connessi alla violazione dei diritti umani e quando le grandi imprese mettono in pericolo la loro terra.

Noi missionari rimaniamo insieme alla popolazione per circa un mese, condividendo lo stile di vita, ad esempio coltiviamo la terra e peschiamo. In questo caso la missione è “stare”, far sentire loro che non sono da soli, dire loro “tu sei prezioso, tu sei preziosa agli occhi di Dio”. Siamo presenti anche nei luoghi di frontiera per dare supporto ai migranti che arrivano in condizioni estreme, senza né acqua né cibo. Il nostro lavoro è soprattutto quello di essere “ponte”, di mettere in contatto i diversi municipi perché queste problematiche sono transfontaliere.

Cosa sta accadendo in Amazzonia?

La necessità più forte e la ragione che ci ha portati qui a Roma è che le grandi imprese stanno devastando la foresta con il mercato illegale del legno e lo sfruttamento minerario. In questo modo, i diritti degli indigeni, che sono proprietari di questi territori, vengono calpestati e si mette in pericolo la loro stessa vita. Ci sono poi degli indigeni che noi chiamiamo pueblos libres (popoli liberi), che hanno deciso di non avere alcun contatto con la civilizzazione ma che ora sono costretti a spingersi, a rifugiarsi sempre più all’interno della foresta. Questo possiamo vederlo dalle tracce che lasciano, come i resti di vecchi accampamenti, e dalle loro impronte.

Cosa ti aspetti dal Sinodo per l’Amazzonia?

Questo Sinodo può essere un “altoparlante” che ci consente di raccontare la nostra realtà e far risuonare la voce di un popolo che per tanti anni non si è voluta ascoltare. È anche un modo per scoprire che esistono persone che hanno molte cose da insegnarci, che possiedono una sapienza ancestrale e uno stile di vivere in profonda simbiosi con la natura che permetterebbe anche a noi di vivere in maniera più ecologica.

In queste settimane abbiamo l’opportunità di poter raccontare le ingiustizie che gli indigeni stanno vivendo da tanti anni e per questo ringraziamo la Chiesa e vogliamo che continui a essere nostra alleata per difendere l’Amazzonia e il pianeta. Purtroppo, di recente ci sono stati diversi incendi che, se da una parte hanno devastato l’Amazzonia, dall’altra hanno consentito di richiamare l’attenzione dei media e di portare alla luce i molteplici attentati che si stanno compiendo contro i diritti umani.

Faccio quindi un appello anche ai media affinché, anche dopo il Sinodo, possano continuare a mantenere viva l’attenzione perché da noi i governi, invece di difendere gli indigeni, stanno aprendo le porte a queste imprese, al commercio illegale del legno e alle industrie minerarie, e in questo modo stanno letteralmente radendo al suolo la foresta. Fortunatamente, la Chiesa in Amazzonia sta costruendo una rete di istituzioni, movimenti e persone ma la risposta deve essere più grande: è necessario lottare insieme affinché la nostra piccola realtà diventi globale e affinché il globale sia più connesso alle piccole realtà.

Cosa possiamo fare, in concreto, noi cittadini?

Mi piacerebbe che tutti noi avessimo una maggiore sensibilità per i poveri e gli afflitti, anche per i tanti poveri che ho incontrato in questa “foresta dell’Europa”. È necessario unire questi due mondi. Ad esempio, in Europa si continua a consumare senza avere coscienza che ogni singolo foglio di carta e ogni singola bottiglia di plastica ha delle conseguenze sulla terra. Tutto è connesso. Se non prendiamo consapevolezza di questa visione ecologica globale, il nostro pianeta non sarà più quello che conosciamo.

In questo tempo abbiamo la grande opportunità di apprendere dai popoli indigeni la contemplazione della natura, il rispetto e la sapienza di camminare con un ritmo lento e non divoratore delle risorse naturali. Io stessa ringrazio il Signore per l’opportunità che mi ha dato di vivere insieme a questi popoli perché, pur essendo spagnola, oggi mi sento pienamente brasiliana e amazzonica. Auguro anche a voi che questo profumo, questa linfa vitale dell’Amazzonia, possa penetrare anche nella vostra pelle affinché possiamo lottare per questo pianeta, ciascuno di noi dal luogo in cui vive. Solo insieme possiamo salvare il nostro pianeta.

Nella foto in alto bambini di un villaggio sul fiume Ucayali (Perù).

Nella foto piccola suor Maria Eugênia Lloris Aguado