Rd Congo / Instabilità diffusa
Da otto mesi quattro province diamantifere sono ai ferri corti con lo stato. A causa delle violenze delle forze di polizia e dell’esercito, ma anche perché emarginate dal potere centrale di Kinshasa. Focolai di tensione anche in altre aree. Si teme un blocco del processo elettorale.

La rivolta riguarda non meno di quattro province del paese: Kasai, Kasai Centrale, Kasai Orientale e Lomami. Il ministro dell’interno, Emmanuel Ramazani Shadary, nel fare il punto della situazione ha parlato di perdita di numerose vite umane e dello spostamento di segmenti di popolazione, oltre a denunciare l’incendio di alcuni commissariati di polizia, di edifici e di veicoli pubblici. I ribelli sostengono di combattere contro la corruzione e le forme di racket che fanno capo a funzionari pubblici.

La gravità della situazione ha suscitato, il 24 febbraio, la condanna del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Condanna che comprende le milizie locali, accusate di reclutamento di bambini-soldato, e anche le forze di sicurezza cui si imputano dei massacri che potrebbero configurarsi come crimini di guerra.

Un video realizzato da un cittadino del Kasai mostra un gruppo di civili che cantano nella loro lingua locale «nostra terra, nostra terra», e senza motivo sono presi a fucilate dai militari. Si vedono alcune persone cadere e poi i militari che si avvicinano e finiscono i feriti. Le vittime sono giovani, donne e anche anziani, gran parte a piedi nudi. Hanno la testa cinta con una cordicella bianca, segno di riconoscimento dei sostenitori di Kamwina Nsapu, il loro leader assassinato nell’agosto del 2016 dalle forze dell’ordine.

Il portavoce del governo congolese ha subito sostenuto che il video è fasullo, frutto di un montaggio. Ma un rapporto delle Nazioni Unite fornisce prove credibili di massicce violazioni dei diritti umani nella quattro province: non a caso, a fine febbraio, la Missione Onu per la stabilizzazione del Congo (Monusco) ha rafforzato la propria presenza nell’area.

Kamwina Nsapu

Tutto è iniziato nell’agosto del 2016, quando il capo tradizionale di Bashila Kasanga, Kamwina Nsapu, ha protestato contro le estorsioni e le violenze dei militari. Uomini dell’esercito, a sostenerlo sono anche altri notabili del Kasai, hanno preso d’assalto la casa di Nsapu, violentato sua moglie e rubato alcuni oggetti rituali. Di fronte alle proteste di piazza, i militari hanno ucciso otto manifestanti e, il 12 agosto, assassinato lo stesso Nsapu. Non solo, il suo corpo nudo e mutilato è stato esposto in piazza.

Da quel giorno, gli attacchi ai simboli dello stato si sono moltiplicati. In settembre, i sostenitori di Nsapu hanno attaccato l’aeroporto di Kananga, capoluogo del Kasai Centrale, con un bilancio tra i 50 e 100 morti. In dicembre è stato necessario l’intervento dell’esercito per impedire ai ribelli di impadronirsi della città di Tshikapa, città nota per l’industria del diamante: anche in questa occasione ci sono stati una trentina di morti. Sempre in dicembre si sono verificati numerosi attacchi ai treni sulla linea tra Kolwezi (Katanga) e Ilebo (Kasai). Ciò ha provocato seri problemi alla circolazione di passeggeri e merci: problemi che si sono ripetuti in febbraio quando un convoglio è rimasto bloccato per cinque giorni.

La città di Mwene Ditu, la stazione ferroviaria più vicina alla capitale del diamante Mbuji-Mayi (Kasai Orientale), ha subito a fine gennaio un’incursione dei ribelli che hanno incendiato il posto di polizia. E ancora, il 26 febbraio colpi di fucile e tiri di armi pesanti sono stati sentiti in numerosi quartieri di Kananga, in seguito all’incursione di numerosi gruppi di miliziani che probabilmente avevano lo scopo di saggiare la tenuta della nuova unità della legione d’intervento della polizia, dispiegata in città due giorni prima.

A fine febbraio, alcuni deputati dei parlamenti di queste province, spinti dal ministro dell’interno, hanno tentato di avviare un dialogo e questo ha un po’ stemperato il clima. Ma non si può certo dire che la tensione sia rientrata e i problemi risolti.

Frustrazione

Tutta questa instabilità scaturisce da enormi frustrazioni. Le province in questione, alle elezioni del 2011, hanno votato in massa per Étienne Tshisekedi, l’uomo politico scomparso il 1° febbraio, all’epoca in lizza per la presidenza del paese in contrapposizione a Joseph Kabila che si aggiudicò il voto. E il fatto che Kabila abbia governato fino ad oggi (e anzi stia tentando fino all’ultimo di protrarre il suo mandato che è scaduto il 16 dicembre 2016) non ha giovato a queste province, politicamente isolate e distanti dal potere centrale.

E infatti lo stato, quasi avesse voluto sanzionarle, ha investito poco da quelle parti. Così la principale società della regione, la Miniere de Bakwanga, gigante del diamante industriale, il cui principale azionista è lo stato congolese, è letteralmente in ginocchio e deve ai suoi 5mila dipendenti anni di salari arretrati.

Ma non è solo quest’area dell’Rd Congo a dover fare i conti con una difficile situazione politico-sociale. Sono interessate anche altre province, in particolare l’est del paese nella zona di Beni-Butembo (provincia del Nord-Kivu), e ciò inquieta l’arcivescovo di Kisangani, mons. Marcel Utembi, che è anche presidente della Conferenza episcopale nazionale del Congo (Cenco). L’alto prelato teme che tensione e insicurezza possano ostacolare l’organizzazione delle elezioni politiche e presidenziali previste entro il 2017, come deciso dall’accordo del 31 dicembre 2016 tra governo e opposizione. Accordo reso possibile grazie alla mediazione della Cenco.

Nel Nord-Kivu, ai primi di febbraio la Minusca ha confermato che guerriglieri del movimento M23 (a dominante tutsi, l’etnia al potere in Rwanda) sono rientrati in Rd Congo dall’Uganda, paese dove si erano rifugiati nel 2013 dopo essere stati sconfitti dall’esercito congolese.

A ovest, nell’area della capitale Kinshasa, si segnalano scontri, con morti e feriti, tra la polizia e i militanti delle setta politico-mistica Bundu dia Kongo che rivendica l’indipendenza della provincia del Congo Centrale. A sud, nella nuova provincia di Tanganyika, è ripreso con violenza il conflitto, che si trascina dal 2012, tra le milizie dell’etnia luba e quelle dei pigmei twa. A fine novembre, 152 scuole e numerose chiese sono state distrutte nel territorio di Kabalo. In dicembre, altri scontri hanno provocato 14 morti e 89 feriti nel comprensorio di Manomo. E in gennaio, una serie di attacchi di miliziani twa contro la cittadina di Mpiana, a sud di Manomo, hanno lasciato sul terreno 12 persone, mentre altre 41 sono rimaste ferite.

Una conseguenza di questi focolai di instabilità è che le operazioni preelettorali (iscrizione alle liste, preparazione dei seggi, allestimento dei materiali) sono state fortemente intralciate. Lo ha reso noto la Commissione elettorale nazionale indipendente. Prende così corpo il timore già avanzato dai vescovi congolesi e da settori della società civile: che questi disordini possano servire da pretesto al presidente Kabila per rimandare ancora l’appuntamento con le elezioni, invocando cause di forza maggiore.