Sudan, alleggerito l'embargo Usa
Il 13 gennaio, a pochi giorni dal passaggio di consegne al nuovo presidente Donald Trump, Barack Obama ha deciso per decreto di alleggerire le sanzioni contro il Sudan in vigore dal 1997, quando erano state imposte dall’amministrazione Clinton. Un provvedimento aspramente criticato da chi conosce bene la reale situazione di repressione dei diritti umani e civili nel paese.

Secondo il governo americano uscente, il provvedimento è motivato da azioni positive intraprese dal governo di Khartoum negli ultimi sei mesi, ed in particolare dalla sua collaborazione contro il terrorismo, ma anche dalla diminuzione delle azioni militari nelle aree di conflitto e dalla facilitazione delle operazioni umanitarie in soccorso alla popolazione civile. Il provvedimento potrà entrare in vigore, però, solo tra sei mesi, dopo un monitoraggio della situazione. Inoltre, tutte le transazioni commerciali e finanziarie rese possibili dall’alleggerimento delle sanzioni, dovranno essere preventivamente approvate. Di fatto, dunque, Obama scarica l’onere dell’applicazione del decreto sulle spalle del suo successore.

Le reazioni alla decisione sono contrastanti. Khartoum ha salutato positivamente quello che ritiene il risultato di un negoziato portato avanti negli ultimi 18 mesi e si aspetta effetti rilevanti anche sul piano economico. La sterlina sudanese, negli ultimi mesi in caduta libera nei confronti del dollaro, ha ripreso quota negli ultimi due giorni. Anche l’Unione africana si è espressa a favore del provvedimento, come il rappresentante dell’Onu nel paese.

Le organizzazioni che si occupano della difesa dei diritti umani, gli attivisti e i politologi esperti del paese, sono invece di parere nettamente contrario. Leslie Lefkow, vice direttore per l’Africa di Human Rights Watch, ha descritto la decisione come “inspiegabile”. John Prendergast, fondatore e direttore dell’organizzazione Enough Project, che lavora per la prevenzione dei genocidi e altre atrocità, ha ricordato che Khartoum lancia le sue offensive, di cui sono vittime soprattutto i civili, da febbraio in avanti, durante la stagione secca. Dunque, la diminuzione delle azioni militari negli ultimi sei mesi, sarebbe dovuta a ragioni climatiche piuttosto che a cambiamenti nella linea politica.

Ieri, quasi a salutare la decisione americana, il presidente sudanese, ricercato dalla Corte penale internazionale per 10 capi d’accusa (3 dei quali per genocidio, per azioni belliche avvenute durante la guerra in Darfur), ha annunciato un altro periodo di tregua militare di sei mesi. Durante la precedente tregua, che avrebbe dovuto essere in vigore negli ultimi mesi dell’anno scorso, i movimenti di opposizione armata e le organizzazioni della società civile hanno denunciato numerosi e sanguinosi attacchi nelle tre aree di conflitto, compreso quello nel Jebel Marra, in cui sarebbero state usate armi chimiche.

Ma la situazione sudanese è critica e instabile ormai da molte settimane, da quando l’opposizione ha annunciato azioni di disobbedienza civile con l’obiettivo di rovesciare il regime. Numerose edizioni di giornali sono state sequestrate. Una quarantina di leader politici e della società civile, insieme ad attivisti per la difesa dei diritti umani e civili, sono stati arrestati. Molti sono ancora in carcere senza capi d’accusa precisi. Di parecchi non si sa più niente. Tra questi ultimi il dr. Mudawi Ibrahim, noto anche in Italia, che non ha ancora potuto vedere né gli avvocati, né la famiglia, né le autorità accademiche della facoltà di ingegneria dell’università di Khartoum, in cui insegna, che avevano chiesto il suo rilascio e di poterlo incontrare. Nei giorni scorsi sono stati fermati all’aeroporto i più importanti leader del cartello di opposizione conosciuto come Sudan Appel, che avrebbero dovuto recarsi a Parigi per discutere con i leader dell’opposizione armata nuove iniziative per sostenere il processo di pace e il ritorno alla democrazia nel paese.

Perciò, non si può che concordare con la Lefkow, di Human Rights Watch, che nel corso della sua dichiarazione, molto critica nei confronti del provvedimento voluto da Obama, ha fatto notare che gli Usa “stavano mandando il peggior messaggio possibile al Sudan e ad altri governi repressivi: se collaborate contro il terrorismo, tutti gli abusi, compresi quelli del vostro presidente, saranno ignorati.”
Dal 1993 il Sudan è inserito nella lista dei paesi canaglia, sostenitori del terrorismo, insieme a Iran e Siria. Il decreto di Obama, non modifica questa posizione.