Questo articolo è uscito nel numero di Nigrizia di settembre 2026.
Per quanto “artificiale”, l’intelligenza delle chatbot sembra essere molto umana, nel senso peggiore del termine però.
Da un importante studio condotto da un gruppo composto da 43 studiosi e studiose, compresi linguisti, guidati da Margaret Mitchell, fondatrice del team di etica dell’intelligenza artificiale di Google prima di essere licenziata dall’azienda, emerge, infatti, che l’intelligenza artificiale fa suoi gli stereotipi razziali e di genere e tende a propagare i pregiudizi in molteplici lingue e culture.
I modelli su cui si basano le iniziative dell’IA, in realtà assorbono i pregiudizi della società che vengono silenziosamente incorporati nell’enorme quantità di dati su cui vengono addestrati. Una raccolta di dati influenzata nel tempo da distorsioni, che riflette le disuguaglianze sociali, e i pregiudizi.
Questo fenomeno si verifica perché le imparano dai dati storici prodotti dagli esseri umani, finendo per replicare, e a volte amplificare, i pregiudizi già presenti nella nostra società: tanto quelli di genere, quanto quelli etnici.
Quelli razziali, infatti, hanno lo stesso funzionamento di quelli di genere: derivano principalmente dai pregiudizi della persona. Gli algoritmi dell’IA apprendono da dati storici che spesso riflettono disuguaglianze sociali esistenti.
Vengono, quindi, riprodotti quelli che sono i limiti e gli errori della mente umana, e l’intelligenza artificiale non è così intelligente da distinguere ciò che è giusto e ciò che non lo è.
Secondo Alberto Termine, ricercatore presso la Supsi all’Istituto Dalle Molle di studi sull’intelligenza artificiale, la differenza fondamentale tra le intelligenze artificiali del vicino passato e quelle di oggi risiede nella capacità di queste ultime di apprendere dai dati come comportarsi e agire.
«Se si vuole che un’IA svolga compiti complessi occorre, invece, che sia in grado di apprendere dall’ambiente e adattarsi a situazioni impreviste. Se vogliamo delle IA che funzionino in modo appropriato, è fondamentale dar loro dei dati di qualità, precedentemente ispezionati e “ripuliti” da inesattezze. Purtroppo, si tratta di un compito non semplice, data l’enorme quantità di dati richiesti per addestrare i sistemi di ultima generazione».
L’intelligenza artificiale si porta dietro i nostri difetti e pregiudizi. Non può risolverli. Dobbiamo farlo noi.
Supsi
La Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana è tra i principali istituti universitari del Ticino. Insieme all’Università della Svizzera italiana ospita l’Idsia, l’Istituto Dalle Molle di studi sull’intelligenza artificiale, attivo nella ricerca su machine learning, robotica e sistemi intelligenti.