Intervista sul cinema africano a Clement Tapsoba

Qual è oggi lo stato di salute del cinema africano?
 
Dall’ultima edizione del Fespaco, nel 2005, si è sviluppato un intenso dibattito sulla questione, e nell’edizione di quest’anno proveremo a tracciare un bilancio.
Negli anni ’60 e ’70 nasce un grande cinema che ha funzione di denuncia, vuole sensibilizzare la popolazione rispetto a tematiche sociali. Gli anni ’80 e soprattutto ’90 sono il periodo in cui alcuni autori emergono a livello internazionale, i loro film sono selezionati per Cannes ed altri festival. Negli anni ’90 si attraversano anche consistenti difficoltà economiche. Uno dei problemi è l’assenza di politiche statali di finanziamento. Il cinema dell’area francofona è comunque più sviluppato.
Oggi potremo individuare due correnti: c’è un cinema d’autore, di registi storici come Sembene Ousmane con il suo ultimo film, Mooladè, e la cosiddetta terza generazione, che fa film diversi, ma comunque interessanti. Si tratta comunque di cinema impegnato, che vuole sviluppare un messaggio, parlare della società: c’è quindi anche una certa continuità con gli autori precedenti. Ciò che i giovani cercano è una scrittura, un modo di raccontare diverso. Ad esempio Daratt, di Mahamat- Saleh Haroun, affronta tematiche politiche, come la necessità di perdonare i propri avversari dopo la guerra civile, spezzare il circolo dell’odio, ma racconta la vicenda in modo particolare.
 
Come sarà l’edizione 2007 di Fespaco?
 
Stiamo ancora scegliendo i film in concorso, ma posso dire che, se nell’edizione 2005 ha prevalso una cinematografia proveniente dall’Africa del Sud, in particolare sudafricana, quest’anno abbiamo molti film del Maghreb e dell’Africa occidentale. Il Burkina Faso è presente con ben tre opere, poi ci sono Marocco e Tunisia. Aumenta anche la presenza delle donne, che si esprimono molto con documentari e cortometraggi. Quest’anno c’è anche un lungometraggio al femminile, che parla del conflitto in Mali.
 
Come vede il futuro del cinema africano?
 
Per un futuro prospero è necessario offrire ai giovani autori più chance di produrre i loro film, ed occuparsi anche della formazione: bisogna creare scuole che ci consentano di sviluppare nuove forze. Un elemento positivo è che il Burkina Faso oggi sta concludendo accordi con l’Ue per implementare politiche a favore della cultura, che devono essere considerate di pari importanza rispetto a politiche sull’acqua o l’educazione.
Abbiamo anche bisogno di maggiore libertà di esprimerci: i finanziamenti che giungono dal Nord non devono implicare condizioni per la realizzazione dei film. Non dev’esserci questa sorta di neocolonialismo, che impone di adattare la propria sensibilità ad uno sguardo occidentale.
 
Il cinema africano oggi è molto più sviluppato in certe aree, come appunto l’Africa occidentale. Come vede questa disparità ed a cosa è dovuta?
 
In Africa occidentale alcuni grandi autori, come Ousmane, hanno creato una tradizione di grande cinema. Parlo di paesi quali il Burkina Faso, il Senegal, il Mali, la Costa d’Avorio. In Africa centrale non c’è lo stesso dinamismo, mancano i nomi storici. Altri, come il Togo, tra i primi a produrre film, oggi sono assenti, anche a causa della mancanza di politiche di sostegno al cinema.
Nei Paesi anglofoni c’è stata un’evoluzione diversa, si sono sviluppati moltissimo tv e video. La Nigeria produce 4000 film in cassetta all’anno, ma si tratta di opere di bassa qualità, anche se hanno un grande mercato. Il Festpako sarà comunque un’occasione per riunire le diverse provenienze. Inoltre in aprile c’è stato un incontro tra i cineasti africani, per pensare a delle politiche di sviluppo del cinema da proporre ai singoli stati.
 
Qual è il rapporto del pubblico italiano con la vostra cinematografia?
 
L’Italia, storicamente, non ha avuto grosse relazioni con l’Africa, di conseguenza non si conosce molto la realtà del continente. Oggi mi pare comunque che inizi a svilupparsi un nuovo sguardo: dai festival di cinema africano di Milano e di Verona noto che c’è interesse per i film africani, ed anche i giovani iniziano a scoprirli. Questo è senz’altro positivo, perché permette loro di andare oltre i cliché proposti dai media sull’Africa, di scoprire nuove prospettive.