Intervista al giovane regista del cortometraggio “Deweneti”, presentato alla XXVI Rassegna di cinema africano di Verona.

DYANANell’ambito della XXVI Rassegna di cinema africano, che si è svolta a Verona dal 17 al 24 novembre 2006, abbiamo incontrato Dyana Gaye (foto), giovane regista di origini senegalesi, presente alla manifestazione con il cortometraggio Deweneti.
 
L’opera presenta Deweneti, piccolo talibé – ossia un allievo della scuola coranica, – che mendica sorridente per le strade di Dakar. Il bimbo ha capito come far presa sulla gente e trova la parola giusta ogni volta per far scendere una monetina nel suo barattolo. Promette a tutti fortuna e successo, cercando d’interpretare i loro bisogni. Un giorno viene a conoscenza dell’esistenza di Babbo Natale. E’ una rivelazione: con una lettera a Babbo Natale potrà vedere esauditi tutti i desideri raccolti.
 
Il suo film ci introduce nella realtà dei bambini di strada di Dakar, ma lo fa in un modo insolito, lei l’ha definito “una fiaba sociale”.
 
La sceneggiatura è opera del direttore della fotografia, che ha lavorato a lungo in Senegal, e si ispira alla realtà quotidiana di Dakar. Quando ho l’ho letta mi ha interessato il suo modo di raccontare: si tratta di una realtà miserabile, ma che non viene affrontata in modo diretto o pietistico. C’è un altro punto di vista, più leggero, più vicino anche al mondo dei bambini. Sì, lo definirei una fiaba, una fiaba sociale, molto realistica. Argomenti come la scuola coranica, il rapporto con la religione, la vita di strada vengono proposti: c’è la volontà di parlarne, di fare una sorta di denuncia, ma non frontale, diretta. Il centro del film è la giornata di Ousmane, bambino che sogna di scrivere una lettera a Babbo Natale, non di tratta di un documentario.
 
Come mai la scelta di esprimersi con un cortometraggio?
 
Dipende dalla storia che voglio raccontare, non si tratta di una scelta predefinita. Fino ad oggi ho pensato a storie corte, ora sto lavorando ad un progetto più lungo. Ma non voglio che questo diventi una costante: mi interessa anche continuare, in futuro, a realizzare cortometraggi, non li ritengo soltanto uno strumento adatto a chi inizia.
 
Qual è oggi la situazione del cinema africano?
 
Non mi sento di parlare di “cinema africano”, si tratta di un contenitore troppo vasto, che racchiude realtà eterogenee. Posso raccontare del Senegal, che conosco meglio: lì la situazione è pessima, si produce un lungometraggio l’anno, e a volte si tratta di opere soltanto girate in Senegal, di registi francesi, non locali. Non esistono politiche statali per il cinema e a Dakar hanno persino chiuso da poco l’ultima sala di proiezione; per i giovani è difficilissimo fare dei film; chi vuol studiare cinema non trova le scuole adatte, deve fare dei corsi all’estero.
 
E come vede la vostra cinematografia in rapporto all’Europa?
 
Qui arriva pochissimo, i film africani circolano prevalentemente grazie ai festival e poco nelle sale. Ci sono pochi canali di distribuzione, quindi escono poche cose, ed a volte non sono nemmeno le più interessanti. Il cinema africano viene portato avanti da appassionati, ma non si espande mai molto, anzi, rischia di fare dei passi indietro. Ad un livello di massa è predominante il cinema europeo ed americano; ogni tanto si getta lo sguardo verso gli altri mondi. Vent’anni fa c’è stato un forte interesse per il cinema africano, ora ci si è rivolti all’Asia, al Sudamerica: il focus si sposta, ma si tratta sempre di un’attenzione marginale.
 
Ha qualche soluzione?
 
Per il cinema africano è difficile addirittura essere prodotto, prima che distribuito. Servirebbero politiche statali di sostegno della cinematografia locale, anche se si capisce che questo non venga considerato come una priorità: si tratta di stati con problemi ben più gravi e pochi fondi, che comunque spesso non vanno dove dovrebbero andare, ma finiscono nelle tasche di qualcuno. Manca, nei nostri Paesi, l’interesse per la promozione della cultura in generale, non solo il cinema quindi, ma anche l’arte, la musica, il teatro.