Il regista algerino parla del suo ultimo film “Pane Nudo”, presentato a Verona nell’ambito della XXVI Rassegna di Cinema africano,

Il primo appuntamento della XXVI Rassegna di cinema africano, in programma in questi giorni (17-24 novembre) a Verona, si è svolto venerdì 17 presso la Fnac: il regista algerino Rachid Benhadj ha presentato il suo ultimo film, Pane nudo (in programma sabato 18) .
Lo abbiamo incontrato.
 
Come nasce l’idea di questo film?
Pane Nudo è prima di tutto un romanzo, opera autobiografica dello scrittore marocchino Mohamed Choukri, uscita nel ’73. La sua famiglia viveva sulle montagne del Rif, una regione povera, ed è costretta ad emigrare a Tangeri, dove finisce in una bidonville, nella miseria. In quest’ambiente degradato e violento cresce il protagonista, nell’ignoranza più completa. Siamo negli anni ’50, durante il colonialismo. A vent’anni Mohamed finisce in prigione, dove scopre la scrittura, decide di imparare a leggere e a scrivere. Questo dimostra che non è mai troppo tardi per uscire dalla miseria. Mohamed è diventato insegnante e scrittore, candidato per due volte al premio Nobel.
 
Cosa l’ha colpita del libro?
L’ho letto per la prima volta da giovane, lo considero un libro simbolo del mondo arabo, che propone uno sguardo critico, disincantato sul mondo arabo e sulla società marocchina. L’opera è stata censurata, ma tra i ragazzi ha avuto una grandissima diffusione, lo leggevamo di nascosto.
Si tratta di una storia universale, il protagonista può essere un giovane di qualsiasi Sud povero, e prova che è possibile riscattarsi attraverso la conoscenza, l’apertura ad altre culture. 
 
Trova che questa storia possa insegnarci qualcosa anche oggi, nel contesto attuale?
Certamente. La scoperta della scrittura, e della conoscenza, ci consentono di conoscere l’Altro, il diverso da noi, e quindi amarlo. In questo modo possono cadere i cliché, gli integralismi. Mi riferisco anche alle incomprensioni di oggi tra Occidente ed Oriente, mondo arabo: in molti Paesi c’è ancora una condizione di ignoranza, dove il 70% della popolazione è analfabeta. Per questo è facile che si crei un clima di odio e pregiudizio: è necessario lavorare per istruire la popolazione, consentirle di conoscere le altre culture. Anche in Occidente c’è una grande ignoranza rispetto al mondo arabo: la maggior parte di ciò che circola sono stereotipi. Per fare un esempio, sul libro di scuola di mio figlio, i Paesi Arabi occupavano una paginetta, con immagini di suk e donne velate. Credo che la cultura araba sia molto più di questo.
Scoprire l’Altro è superare delle barriere, e dobbiamo farlo perché l’Altro è una ricchezza, ci completa.