Migranti sudanesi
Un accordo siglato ad agosto tra Roma e Karthoum consente il rimpatrio coatto di cittadini sudanesi trovati in condizione di irregolarità in territorio italiano. Senza possibilità di verificarne lo status eventuale di richiedenti asilo. E’ accaduto a 48 migranti, rispediti tra le fauci di un regime in cui il rispetto dei diritti umani è praticamente inesistente. A denunciare l’intesa sono state ieri le organizzazioni raccolte nel Tavolo nazionale asilo.

Rispediti indietro, punto e basta. Senza che potessero chiedere aiuto o essere ascoltati, caso per caso, storia per storia. Vittime di un accordo di polizia ignorato perfino dal parlamento, che lega l’Italia al Sudan e può costituire un modello per intese analoghe con altri paesi dove il rispetto dei diritti umani è ad alto rischio. Palazzo Madama, sala Nassiriya: a denunciare l’intesa, sottoscritta il 4 agosto, sono le 17 organizzazioni del Tavolo nazionale asilo. Decise ad andare fino in fondo per capire come è stato possibile rimpatriare 48 migranti sudanesi sulla base di un accordo bilaterale. Convinte che oggi sia fondamentale chiedersi e chiedere quali siano, in Italia e in Europa, le tutele per i più deboli.

I migranti espulsi sarebbero stati fermati a Ventimiglia il 19 agosto, trasferiti a Taranto e di qui a Torino fino all’imbarco su un volo EgyptAir in partenza dall’aeroporto di Caselle. Dal nord al sud, poi ancora al nord e al sud, in un viaggio tutto da verificare, ma drammatico e in apparenza inspiegabile. Il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, ha presentato un’interrogazione parlamentare. Le domande sono decisive, anche perché negli ultimi mesi il numero dei sudanesi giunti in Italia è aumentato e nel 60 per cento dei casi le loro domande d’asilo sono state accolte.

“Rimandare i profughi nelle mani dei loro carnefici, l’accordo con il Sudan significa questo” accusa Gianni Ruffini, direttore generale di Amnesty Italia: “È contro ogni diritto e buonsenso stringere un accordo con un paese dominato da una dittatura da quasi 30 anni, che ha fatto la guerra contro i propri cittadini nel Sud Sudan e che è stato accusato per le stragi in Darfur”. Il riferimento è al mandato di cattura spiccato dalla Corte penale internazionale (Cpi) nei confronti del presidente Omar Hassan Al Bashir, ricercato per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio commessi nella regione ai confini con il Ciad. “Nel gruppo c’erano una quindicina di darfuriani” sottolinea Ruffini: “Avrebbero ottenuto protezione internazionale se ci fosse stato il tempo di esaminare il loro caso”.

Ma l’allarme non riguarda solo la vicenda dei sudanesi. In gioco c’è un modo di rapportarsi all’Africa e in generale alle terre d’origine di chi cerca di costruirsi un futuro migliore, partendo da situazioni di povertà e bisogno se non di conflitto e violenza. “L’accordo siglato dalle polizie italiana e sudanese è un modello per i rapporti con i paesi africani dove ci sono guerre e persecuzioni” denuncia Filippo Miraglia, vice-direttore di Arci: “Esistono intese anche con Gambia, Eritrea ed Egitto, sottoscritte nell’era del ‘Migration Compact’ da un’Europa che esternalizza le frontiere impedendo a chi fugge di mettersi in salvo e aiutando regimi dittatoriali”. L’accordo con Khartoum prevedrebbe finanziamenti per 175 milioni di euro. Meno dei tre miliardi promessi dall’Unione europea alla Turchia per fermare i profughi siriani, ma comunque una scelta sbagliata e illegale, secondo Salvatore Fachile, dell’Associazione per gli studi giuridici sull”immigrazione (Asgi): “Le deportazioni sono in contrasto sia con l’articolo 19 del testo unico sull’immigrazione, che vieta il rimpatrio in Ppesi dove c’è pericolo di persecuzione, sia con l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che proibisce la tortura e i trattamenti inumani e degrandanti”.