Alta la tensione in Kenya
In Kenya a otto giorni dalla ripetizione delle elezioni presidenziali, programmate per il 26 ottobre, si susseguono notizie preoccupanti che suscitano gravi interrogativi sulla possibilità di condurre la tornata elettorale in modo credibile, pacifico e secondo le norme stabilite dalla Costituzione.

Sono di ieri le dimissioni di Roselyn Akombe, membro della commissione elettorale (IEBC), che, immediatamente dopo aver lasciato il suo posto, è volata a New York. In una dichiarazione circolata questa mattina, Akombe sostiene che la IEBC è profondamente divisa tra chi intende garantire elezioni credibili e chi invece rema contro. Sostiene anche che le vite di diversi suoi funzionari siano in pericolo.

“Mi ha spezzato il cuore ascoltare i timori per la propria vita del mio staff sul campo, la maggioranza del quale è seriamente intenzionato a garantire il corretto svolgimento delle votazioni” ha detto. “Ho presentato rapporti dettagliati del personale di quattro contee – Nairobi, Syaia, Kisumu e Hoba Bay – le più interessate dalle proteste di questi giorni, sperando che questo avrebbe orientato le nostre decisioni alla moderazione” ha aggiunto. “Invece le risposte sono state ancor più radicali da parte della maggioranza dei commissari, che sono determinati a condurre le elezioni ad ogni costo, anche a costo della vita del nostro personale e di chi si recherà alle urne”.

Pressioni e minacce

Akombe ha infine sottolineato che il presidente della Commissione, Wafula Chebukati, è tenuto sotto pressione da alcuni gruppi di potere, senza precisare quali. Ma il presidente Uhuru Kenyatta continua a spingere perché le elezioni vengano fatte, mentre Raila Odinga, candidato dell’opposizione, continua a dire che farà in modo che non possano andare avanti. Solo alcune voci, tra i giudici e gli opinionisti politici, hanno messo in luce i punti controversi relativi alla preparazione del voto, che potrebbero portare ad invalidare anche i prossimi risultati, se non saranno affrontati con coraggio e risolti con la soddisfazione di tutte le parti in causa.

La funzionaria ha dichiarato di lasciare il paese mentre si recava a Dubai, per supervisionare la stampa delle nuove schede elettorali. In un’intervista con una rete televisiva keniana, ha detto di non sentirsi più sicura dopo essere stata gravemente minacciata, con altri familiari, ricordando il rapimento e l’assassinio sotto tortura del collega, Christopher Msando, nove giorni prima delle elezioni dell’8 agosto. Assassinio per il quale non è emerso nessun colpevole.

Altrettanto pesanti sono state le operazioni di polizia condotte negli ultimi giorni contro un controverso uomo d’affari, Jimi Wanjigi, tra i maggiori finanziatori della campagna elettorale dell’opposizione, dopo aver rotto i rapporti, nel 2013, con il Jubelee, il partito del presidente Kenyatta. A Malindi e a Nairobi la polizia ha fatto irruzione nelle residenze di Wanjigi in cerca di armi che sarebbero state effettivamente trovate, seppur in numero decisamente limitato. Non è invece stato autorizzato il suo arresto, come le forze dell’ordine avevano richiesto. L’opposizione ha dichiarato che le operazioni condotte contro il loro finanziatore si spiegano solo come pesanti minacce e come un monito per altri che stanno dalla loro parte.

Molto discusse sono anche le disposizioni emanate dal facente funzioni di ministro degli Interni, Fred Matiang’i, che aveva proibito le manifestazioni programmate dall’opposizione nelle zone commerciali di Nairobi, Mombasa e Kisumu. La sua decisione è stata revocata ieri da una sentenza della Corte Suprema, il più alto gradi di giudizio nel paese. Il giudice ha anche bloccato l’arresto del capo della segreteria della coalizione di opposizione, Norman Magaya, per essere andato avanti nell’organizzare manifestazioni esplicitamente proibite. Il giudice ha anche richiamato il capo della polizia, Joseph Boinnet, e lo stesso ministro degli Interni Matiang’i, ad agire secondo la legge.

Abusi delle forze di sicurezza

Il comportamento dei due è stato stigmatizzato anche in un rapporto congiunto di Amnesty International e Human Rights Watch, diffuso nei giorni scorsi, dal significativo titolo “Kill Those Criminals. Security Forces Violations in Kenya’s August 2017 Elections” (Uccidete quei criminali. Abusi delle forze di sicurezza nelle elezioni dell’agosto 2017 in Kenya).

I criminali in questione sarebbero i dimostranti, scesi nelle strade dopo l’annuncio del vincitore e le denunce di brogli da parte del candidato dell’opposizione, Raila Odinga. In quelle dimostrazioni, particolarmente affollate nelle baraccopoli di Nairobi e a Kisumu, roccaforte dell’opposizione, le forze di polizia, spalleggiate da unità speciali, avrebbero usato tecniche da guerriglia urbana e avrebbero sparato ad altezza d’uomo.

Numerose sono le testimonianze in proposito raccolte dai ricercatori delle due organizzazioni, e le evidenze, quali le ferite alle spalle, i colpi di arma da fuoco sui muri degli edifici e bossoli di proiettili in dotazione alle forze dell’ordine, raccolti nelle strade nei giorni seguenti. Durante i disordini, ripetutamente Matiang’i e Boinnet hanno negato l’evidenza, dichiarando che la polizia aveva sparato solo contro criminali che stavano razziando proprietà private, facendo pochissime vittime.

Ora i dati ufficiali delle istituzioni governative dicono che i morti in quelle dimostrazioni furono 37. Il rapporto sopracitato dice invece che furono 67, comprese alcune vittime di disordini precedenti il giorno delle elezioni in località diverse, e altri, i cui corpi sono stati visti da testimoni oculari e mai consegnati ai familiari.

Questo è il clima, decisamente avvelenato, in cui i keniani si accingono a ritornare alle urne, sempre che qualche sentenza non blocchi prima il processo elettorale. Numerose, infatti, sono le richieste avanzate al tribunale sulla costituzionalità degli atti della IEBC che dovranno avere risposta nei prossimi giorni.

Nella foto: sostenitori dell’oppositore Raila Odinga durante la manifestazione dell’11 ottobre a Nairobi (AP / Cnn.com).

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